Non precari, ma Smart!

L’altro giorno ero alla stazione Ostiense di Roma e guardavo Italo, il treno della NTV. Una delle cose che si nota subito guardando Italo è la grandezza delle scritte (bianche) con le quali sono segnalate le diverse carrozze (rosse) in base a quelle che una volta si chiamavamo “classi”. I vari Italo hanno diverse classi, ma fondamentalmente la distinzione principale è tra carrozze Prima e carrozze Smart. Ora è abbastanza semplice disinnescare il lavoro di marketing dietro questa scelta. Non ha senso l’esistenza di una prima se non in relazione ad una seconda (e a una terza magari), così come se esiste una smart automaticamente le altre scelte altrettanto smart non potranno esserlo, pena la perdita totale di senso della smartness originale.

Mentre riflettevo su questa cosa mi son reso conto che Smart è anche il nome della tariffa telefonica del mio SMART-phone (!), tariffa che quasi un anno fa scelsi tra una discreta serie di altre tariffe che, guarda un po’, offrivano maggiori servizi ed erano, guarda ancora un po’ che coincidenza, anche più costose. Ho fatto allora una rapida ricerca in rete e mi son reso conto di quanto diffusa sia la parola Smart nelle varie offerte commerciali di imprese di vario titolo. Fatelo anche voi, ci vuole poco! Troverete offerte smart in ogni dove!

Ho scritto dunque questo post per risollevare quei tanti, come me, che sono sottopagati, che non hanno che ridicoli contratti a tempo, che si trovano come responsabili sul lavoro persone con minori competenze, con minore voglia di fare e, soprattutto, con minore passione e immaginazione.

Carissimi, vi esorto a smetterla di usare il termine precario. Smettiamola con questa parola che altro non fa che dare di noi una rappresentazione negativa. Noi non siamo precari, siamo smart, Ficcatevelo in testa! Vi offrono contratti di merda? Collaborazioni non pagate? Avete due lauree e fate le baby-sitter? Lo stage è senza rimborso spese? Non prendetevela con nessuno, perché voi siete Smart, e se voi siete Smart va da sé che gli altri non possano che essere…..

Alla prossima,

Stefano

smart

SIAMO AFFAMATI? SIAMO FOLLI?

2005. Febbraio del 2005 per la precisione. Steve Jobs, in qualità di CEO di Apple, viene chiamato a fare un discorso ai neolaureati presso l’università di Stanford, California. Nel suo discorso parla di sé, della sua esperienza universitaria e lavorativa, ma anche della sua vita privata, della malattia, della morte e dell’idea di essa chiudendo il tutto rivelando ai giovani che lo ascoltano l’adagio che ha ispirato il suo modo di intendere la vita professionale. L’adagio era: “Stay hungry, Stay foolish”.

Non so se quei ragazzi a Stanford lo abbiano fatto proprio, come gli suggeriva Steve, ma so che tanti altri ragazzi, milioni di ragazzi, in America, in Europa e nel resto del mondo ricco ritengono Jobs un modello (quantomeno come figura professionale) e so che almeno il 20% dei miei amici, in occasione della sua morte, ha scritto quell’adagio nel proprio status di Facebook. Immagino che nessuno avrà da ridire se affermo che quello slogan (diventato poi un tutt’uno con Jobs) sia attualmente uno dei più conosciuti e citati al mondo.

Non è qui che voglio andare a parare però. Non è che gli effetti della globalizzazione e dei media li abbiamo scoperti con la morte di Steve Jobs. Quello che mi interessa è un’altra cosa. Partiamo dal linguaggio.

“Siate affamati, siate folli” contiene due metafore che ruotano intorno alla fame – una sensazione che si prova in seguito al digiuno – e alla follia – esperienza difficilmente definibile, ma che ha a che fare con la salute, con il disagio, talvolta con uno stigma sociale, spesso con una profonda sofferenza. Non so voi, ma io trovo molto singolare il fatto che uno degli uomini più ricchi del mondo, parlando in una delle università più prestigiose del pianeta, abbia attinto all’esperienza della fame e a quella della follia per rappresentare il suo modo di concepire la vita professionale. Certo, lo ha fatto in senso metaforico, direte voi. Registriamo però il fatto che per l’occidente, che la fame non ha idea di cosa sia, mentre un miliardo di persone nel mondo ne fa ogni giorno esperienza concreta, di fame si possa parlare come un qualcosa che può essere recuperato, pensato come portatrice di un valore positivo, addirittura strategico nel modo di distinguersi e concepire il business. La mancanza della fame come realtà esperienziale apre a noi la possibilità di dire la fame e di farne un valore. Jobs invita quei ragazzi ad interiorizzare la fame, ad incarnare la fame, ad essere fame.

Quanto alla follia il discorso è diverso. Non so per quale motivo ancora continuiamo ad associare follia e genialità. Premesso che la seconda è per me una parola senza senso, ritengo comunque che la possibilità che una persona abbia di raggiungere obiettivi prestigiosi (a prescindere dal campo nel quale si applica) sia inversamente proporzionale al manifestarsi della follia in quella persona. Credo anzi, ma vi invito a contraddirmi, che si abbia bisogno di tutta la lucidità possibile per conseguire uno scopo e che per sapere individuare strade alternative e soluzioni innovative occorra essere più che radicalmente ancorati al presente e a quella che usiamo chiamare realtà. Ma queste, come dire, sono mie personali e opinabilissime opinioni e so che esistono eccezioni illustri a quanto ho affermato.

Torniamo un attimo alla fortuna di “Stay hungry, stay foolish” lasciando stare fame e follia.  Concentriamoci sul contesto nel quale è stato pronunciato il discorso di Jobs. Non sono un esperto di linguistica, ma tengo per fermo che il contesto nel quale viene formulato un messaggio sia un elemento più che rilevante nella valutazione del messaggio stesso. Il contesto di Jobs era la cerimonia di laurea di Stanford e il destinatario del suo discorso erano ragazzi e ragazze di estrazione medio-alta, che possiamo considerare la futura classe dirigente del paese (almeno per ora) più ricco del mondo.  A costoro Jobs ha detto di aver lasciato l’università perché insoddisfatto, di aver cazzeggiato, fatto scelte irrazionali (folli/antieconomiche) e che sono state queste a rivelarsi poi determinanti nel raggiungimento del suo successo. Ora, ovvio che quello di Jobs è un discorso a posteriori e a posteriori, col risultato in tasca, tutti possiamo costruirci la storia che più ci piace ed enfatizzare un elemento piuttosto che un altro. Quello su cui voglio riflettere, però, è che quel tipo di messaggio (osate, siate affamati, non fermatevi finché non trovate quello che vi piace, comportatevi in maniera folle, siate un sacco choosy) rivolto all’élite americana ha un senso, perché, grossomodo, Jobs si riferisce a un gruppo di persone che hanno avuto tutto dalla vita e che di comportarsi in maniera folle, volendo, considerando il pedigree, se lo possono anche permettere. Le cose stanno diversamente quando quel messaggio viene espunto dal suo contesto e propagandato come un messaggio (modello) universalmente valido. Qui le cose, se mi permettete, cambiano abbastanza. Anche a me, vi assicuro, piacciono le storie delle persone di umili origini che grazie al duro lavoro riescono a modificare il proprio status sociale, ma so anche bene che nella maggioranza dei casi il duro lavoro non basta, perché in molti contesti le opportunità che tu hai sono così scarse che è impossibile che tu possa farcela.

Solitamente quelli che non possono fare loro l’adagio di Jobs sono quelli che non si possono nemmeno permettere i prodotti della Apple (quelli che lavorano nelle loro fabbriche ad esempio). A volte, però, e sempre più spesso, mi capita di osservare il contrario, persone che fanno proprio quel motto e che, se pur non potrebbero, fanno in modo di acquistarli lo stesso. Ecco, vi assicuro che non ce l’ho con nessuno io. Non so bene se siano prodotti migliori quelli della Apple, non ho le competenze per dirlo, e nemmeno mi interessa giudicare chi sente il bisogno di comprarsi quello status symbol piuttosto che un altro come faccio io. Quello che posso dire è che io non voglio pensarmi né come affamato, né come folle perché la fame fa fare cose terribili e la follia non porta da nessuna parte. Quello che voglio dire è che le metafore hanno un profondo potere e che occorrerebbe sempre farci molta attenzione. Posso accettare il dominio di Apple e dei suoi prodotti sul mercato. Quello che non voglio accettare sono invece le loro metafore e il sistema valoriale che indirettamente ci propugnano come universali, perché universali non lo sono neanche per sogno. Insomma, che i ragazzi di Stanford siano pure affamati e folli, sono affari loro. Io preferisco di gran lunga restare umano e tenere gli occhi aperti se posso.

steve jobs

Come capire se è Babbo Natale l’uomo che si trova nel tuo salotto.

È notte fonda e sei a letto quando dei rumori provenienti dal salotto attirano la tua attenzione. Sai di essere solo in casa, che il gatto è fuori in giardino, che la porta è ben chiusa e che no, non aspetti visite. Certo, essendo la notte di Natale, una speranza si accende dentro di te: potrebbe essere Santa Claus! Allora ti alzi, in punta di piedi raggiungi il salone e, proprio in mezzo alla stanza, c’è un uomo vestito di rosso, con stivali neri, barba bianca ed un sacco di iuta che traffica intorno al tuo alberello. Non credi ai tuoi occhi? Stai calmo e respira, questo post ti svelerà alcuni piccoli segreti per capire se quello che hai davanti è davvero Babbo Natale.

– Ti avvicini e gli dici che quest’anno sei stato molto bravo. Lui ti guarda e ti dice che non gli interessa per niente come ti sei comportato quest’anno, ma ti invita a fare molta attenzione a come ti comporterai nei successivi cinque minuti. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Non appena si accorge di te ti chiede del nastro adesivo. Gli dici che purtroppo hai finito quello trasparente e lui ti risponde che non ha importanza di che tipo sia, che non hai labbra tanto belle, ma che puoi considerarti fortunato a non portare i baffi. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Lo fai sedere e cerchi di fargli delle domande, ma lui inizia dei monologhi farneticanti, sessisti, volgari, in cui per giunta parla male di chiunque. Non pago se provi ad interromperlo ti insulta e minaccia di alzarsi, lasciare il tuo salotto ed andarsene da Barbara d’Urso. Fai molta attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e lo inviti a parlare cercando di convincerlo a smetterla perché non fa altro che perpetrare un personaggio pagano reinventato a scopi commerciali, mentre il vero spirito del Natale è racchiuso nel miracolo del concepimento del figlio di Dio, fattosi uomo grazie ad una ragazza vergine e ad un umile falegname per mostrare all’umanità la via per la Redenzione. Lui ascolta, scoppia in lacrime e dice che è tutta colpa del padre alcolista, della madre assente, del quartiere in cui è nato, di un sistema carcerario che non fa altro che aumentare la recidiva. Fai attenzione, non è Babbo natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e gli chiedi cosa ti abbia portato di bello e lui scoppia a ridere perché, spiega, stava per rivolgere a te la stessa identica domanda. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e gli chiedi se è stancante essere in tante casa in una sola notte e lui risponde di sì, specie da quando ha l’obbligo di firma in caserma. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

–  Ti avvicini e lo inviti a parlare cercando di convincerlo a smetterla perché non fa altro che perpetrare un personaggio pagano reinventato a scopi commerciali, mentre il vero spirito del Natale è racchiuso nel miracolo del concepimento del figlio di Dio, fattosi uomo grazie ad una ragazza vergine e un umile falegname per mostrare all’umanità la via per la Redenzione. Lui ti ascolta con attenzione, poi tira fuori una Bibbia e cerca di convincerti che la fine del mondo è vicina, che è sbagliato fare le trasfusioni di sangue e che gli dispiace essere entrato così in casa tua, ma il citofono non funzionava. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e gli chiedi se gradisce latte caldo e muffin al che lui ti piscia sul presepe e ti ordina di portargli un doppio whiskey con tre Roipnol. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

santa

La cazzo di foto che ha commosso l’America.

Da qualche tempo convivo con una certezza. Non è quella di morire, perché sarebbe banale e poi ho deciso che quando sarò prossimo alla dipartita mi farò ibernare con le precise indicazioni di farmi scongelare quando sarà morto Andreotti. La mia certezza è di tipo diverso, è la certezza che ogni giorno, ogni singolo cazzo di giorno, aprendo Facebook, Twitter o la pagina di un qualsiasi quotidiano in rete, troverò almeno una foto che ha commosso l’America.

Già, perché potete stare sicuri che ogni giorno in America si piange per qualche cosa e state sicuri che questo qualche cosa può essere impresso su un cazzo di sensore elettronico, talvolta persino in formato video. Abbiamo avuto il cane tornato a casa dopo quindici anni, il soldato che ritorna dalla missione e riabbraccia il cane, il cane simbolo di occupy, il cane che veglia la tomba del padrone, il cane che accudisce il gatto, il gatto che tenta di rianimare un altro gatto, la tigre che accudisce i maialini travestiti da tigrotti, il bambino che scrive senza mani, la campionessa olimpica barbona che si laurea, il barbone che faceva lo speaker e che poi rifà lo speaker, il barbone che salva la vita a qualcuno in qualche tragedia, il poliziotto che dona le scarpe al barbone, il barbone che dopo una storia travagliata fa i provini a X Factor e si scopre che c’ha l’ugola dorata e allora tutti prima sono sconcertati, poi si alzano in piedi e poco dopo frignano come matti a pensare che quello che hanno davanti a loro era proprio un barbone e tutti si guardano come per dire “ma l’hai sentito er barbone che te fa? ma davvero state a dì? Cioè questo è barbone e canta così? Ma allora dovremmo ripensà un po’ tutto il modo de concepì sto monno infame no?”. Insomma si piange, inderogabilmente negli States si piange ogni giorno per qualsiasi minchiata.

Toglietevi dalla testa l’immagine del pellegrino con la bibbia in una mano e l’accetta nell’altra. È roba passata, è roba da intellettuale da Micromega, buttatela al cesso, non serve più. Sono finiti i tempi di Eisenhower, di Nixon, di Bush senior e figlio che si inventavano le peggio cazzate pur di rompere il culo a qualche arabo dall’altra parte del mondo. Finita è anche l’epoca dei marines tutti d’un pezzo e degli imprenditori sciacalli con gessato e sigaro ficcato in bocca che a calcioni nel culo ti licenziavano la vigilia di Natale. Oramai è tutto pianto, commozione, singhiozzi, lucciconi, abbracci e Kleenex. Piangono i marines di ritorno a casa quando ritrovano il loro compagno omosessuale, piange Oprah, piange J Lo, piangono i campioni della NFL, persino Obama, il comandante in capo di una nazione che da sola copre il 43% delle spese militari mondiali si fa un piantarello un giorno sì e uno no.

L’America è cambiata, si è rammollita. Persino gli imbustatori, quei disgraziati che in fondo alle casse dei supermercati ripongono i prodotti acquistati negli shopper, una casta da sempre disprezzata e sfruttata, persino loro osano alzare la cresta e ribellarsi. Dunque non meravigliatevi se ogni tanto a qualcuno parte la testa e decide di sparare sui bambini di qualche scuola. È la vecchia America che non vuole cedere, quella che ha bisogno di sangue, violenza, incontri di Wrestling che non siano sceneggiate in costume e presidenti col cappello da cow-boy e una mascella di cui fidarsi. É l’America che non si commuove, che non vuole commuoversi, quella che all’ennesimo pianto di qualche checca isterica alla tv, disatteso il suo bisogno quotidiano di violenza si fa portare gli stivali, una birra nazionale, imbraccia il fucile e la sua violenza va a prendersela da sé.

cry

“Ma io e te siamo amici?”. L’amicizia su facebook con una morale che non ti aspetteresti.

Claudia frequentava come me la prima elementare ed era un gran bel pezzo di bambina. Così, quando un giorno mi fece pervenire un foglietto contenente una domanda a risposta chiusa, dopo aver esaminato la domanda (tivuoimettereconme?) e fatta una rapida valutazione delle tre alternative (si-no-forse) non ci pensai più di tanto e apposi una crocetta sul quadratino corrispondente la risposta affermativa. Un secondo dopo alzai gli occhi e realizzai che qualcosa era successo. Ero sempre Stefano, un bambino italiano di sei anni, un figlio, un fratello, uno studente, un futuro calciatore (sic!), un felice possessore di Commodore 64 e tante altre cose sicuramente, ma la mia identità si era arricchita di una nuova dimensione: adesso ero anche un fidanzato. Quel pezzo di carta era stato in grado di fare qualcosa, di sancire la nostra unione, di cambiare il nostro status: non eravamo più due individui, eravamo una coppia.

L’idillio iniziale con Claudia si trasformò presto in incubo. Se tra di noi si andava d’accordo dovemmo renderci presto conto di quanto era difficile gestire la nostra unione con gli altri. Già, perché se quel foglietto aveva cambiato le cose tra noi questo significava che anche le cose tra noi e il mondo dovevano ridefinirsi. Il nostro mondo, che al tempo coincideva grossomodo con le mura della nostra aula, era formato da due gruppi contrapposti: maschi e femmine. Ci scherzavano, ci additavano, divenimmo oggetto di canzoncine e disegni di cattivo gusto: maschi e femmine avevano trovato un terreno nuovo dove scontrarsi e quel terreno eravamo io e lei. Tenevo a Claudia, ma tenevo anche ai rapporti con il mio gruppo di riferimento (i maschi) e immagino che Claudia fosse attraversata da tensioni simili. Finirono per metterci uno contro l’altra. Eravamo troppo giovani per gestire queste due identità conflittuali e finimmo per lasciarci. Non mi ricordo quando successe, ma di una cosa sono sicuro: quello che fu sancito da un accordo scritto, da un contratto se vogliamo, fu sciolto tramite un accordo verbale. Con il senno di poi fu una fortuna che non firmammo il foglietto perché altrimenti, da un punto di vista legale, credo che Claudia potrebbe avanzare rivendicazioni su di me.

Alle medie ed alle superiori, così come all’università, ebbi altre relazioni. Di solito si chiedeva alla ragazza di uscire e dopo un po’ che ci si frequentava si affrontava il discorso relativo alla qualità della relazione che ci univa. A volte si decideva per una relazione, altre volte no ed amici come prima. Tutto questo, però, veniva regolato tramite accordi verbali, accordi vincolanti per carità, rafforzati da comportamenti ben precisi e da segnali ben codificati rivolti tanto a noi quanto a persone esterne e potenziali altri partner.

Quello su cui vorrei puntare l’attenzione è che nelle relazioni sentimentali vi è sempre un momento in cui ci si domanda “ma io e te, stiamo insieme?”. Nel caso della parentela invece, qui mi limito al nostro contesto europeo, una domanda come “ma io e te siamo parenti?” non avrebbe senso (con buona pace della serie Beautiful). Grossomodo sappiamo con chi siamo imparentati e, soprattutto, non lo abbiamo scelto noi. Certo, poi c’è il matrimonio a scombussolare il nostro sistema e a farci acquisire nuovi parenti, ma credo che questo non aggiunga molto alla discussione, anche se lasciatemi sottolineare come il matrimonio si basi su di un sistema che di colpo ci fa tornare all’età di sei anni, al contratto.

Concentriamoci ora su Facebook. FB è fondato su di un sistema molto particolare: la richiesta di amicizia, amicizia che può essere accettata o rifiutata. È questa una pratica davvero singolare, perché se ha un senso chiedere ad una persona se questa ti consideri il proprio partner (abbiamo visto come sia necessario questo passaggio) ed invece non ha senso chiedere a qualcuno se è tuo parente (Ridge scopatutto permettendo) l’amicizia è l’unico dei rapporti sociali che c’è o non c’è e fare domande come “ma io e te siamo amici?” oppure “ma io e te stiamo diventando amici” (sempre Beautiful permettendo) suona piuttosto ridicolo. Certo, a volte può capitare di dire a terzi che si è amici di qualcuno, magari per rimarcare che tale persona è qualcosa di più che un collega o, più frequente, può capitare di litigare con il proprio amico e discutere con lui di cosa significhi per voi l’amicizia. In questo caso saranno plausibili affermazioni come “non mi aspettavo questo da un amico” oppure “ti consideravo un amico ed invece” fino ad arrivare a frasi che sanciscono di fatto, almeno momentaneamente, la fine dell’amicizia (non faccio esempi che altrimenti mi intristisco). Quello che noterete è che sull’amicizia si può discutere, la si può interrompere, ma sta di fatto che essa c’è o non c’è e nessun accordo verbale, né tantomeno scritto, ne sancisce l’inizio.

Veniamo adesso alla morale. Molti adesso staranno partendo in quarta inveendo contro FB, sostenendo, forti della dimostrazione che ho fatto, che FB snatura la realtà dell’amicizia, riducendola ad una ridicola transazione, non distante da logiche prettamente commerciali (l’amicizia su FB è un’offerta da accettare o rifiutare). Non voglio e non posso negare questo. È evidente che il modello di riferimento è quello commerciale. Quello che però vi invito a fare è fermarvi a ragionare sul vostro rapporto con FB e tra FB ed il mondo. Fatevi questa domanda: FB vi rappresenta? Ha il compito di rappresentare le nostre vite? Credete sia possibile realizzare questo? Non sarà mai che state concedendogli troppo spazio proprio nel momento in cui cercate un modo corretto di utilizzarlo? Pensateci un attimo e poi discutiamone insieme.

Zurigo - Street Parade

Zurigo – Street Parade

Piccola e media editoria: la fiera che non c’è più.

Sono stato ieri alla fiera della piccola e media editoria che erano anni che non andavo, non ricordo nemmeno quanti. Una volta non c’era edizione che perdessi, non tanto per merito mio, quanto per colpa di mio nonno che mi ci trascinava.

Mio nonno abitava fuori Roma, in campagna, e in città ci veniva una volta l’anno, per raggiungere la fiera. Si manifestava un giorno a casa nostra, così, senza preavviso, che fuori era ancora notte fonda. Accettava un caffè dalla figlia, rifiutava l’invito a sedersi, poi, dopo aver ringraziato per il caffè, annunciava che quel giorno avrei saltato la scuola e sarei andato con lui. Mia madre non osava contraddirlo. Controllava solo che fossi ben coperto, mi dava un bacio sulla guancia poi prendeva alcune monete dal cassetto e le faceva scivolare nella tasca del mio bomber.

Ricordo il freddo, il passo di mio nonno che non riuscivo a sostenere, poi l’alba, annunciata da mio nonno non senza tradire una punta d’impazienza, mentre scrutava con sospetto le altre persone in cammino lungo la strada e le loro facce sonnolenti tanto in disaccordo coi colori accesi di cravatte e fazzoletti che indossavano. Anche lui aveva l’abito della domenica, con tanto di cravatta e fazzoletto celeste che spuntava dal taschino. Camminava ripetendo il programma della fiera e si assicurava che lo mandassi a memoria e ogni volta che sbagliavo me lo faceva ripetere da capo. Volevo morire.

L’arrivo era poi per me sempre uno shock ulteriore, non tanto per le persone (a quell’ora vi era sempre poca gente) quanto per i librai che, letteralmente invasati, animavano gli stand urlando e dimenandosi alle ricerca di intercettare le attenzioni dei passanti. Solo la presenza di mio nonno riusciva a vincere le mia volontà, che era quella di fuggire il prima possibile da quel posto. Mi stringevo a lui e osservavo i librai, i loro cappelli di paglia, i loro completi bianchi con le bretelle in vista, quei loro tipici bastoni che utilizzavano per indicare i vari libri che pendevano dai ganci ma anche, e non di rado, per assestare colpi sulle mani dei librai degli stand vicini, colpevoli magari di essersi sporti oltre lo spazio che gli spettava o di aver toccato il libro sbagliato. Anche io dovevo stare attento perché i bambini erano rari ed era inoltre consuetudine alla fiera affibbiargli calci sugli stinchi, sputargli addosso o depositargli una gomma da masticare tra i capelli, tutte usanze che in fiera si volevano latrici di buona fortuna.

Mi ricordo che alcuni librai particolarmente estrosi erano al tempo delle vere e proprie celebrità. Questo aveva creato forti dissapori tra le case editrici che se ne contendevano i servigi. Già in quegli anni, proprio per porre un freno all’escalation di violenza che aveva caratterizzato le prime fiere, i librai venivano estratti a sorte cosa che aveva di certo calmato le acque, anche se agli occhi esperti di mio nonno non sfuggivano certi dettagli, certi atteggiamenti, certe frecciate che si lanciavano i librai tra stand e stand, segno che gli attriti, che una volta sfociavano subito in violenza, erano ancora presenti e stavano trovando altre vie per esprimersi.

Era un vero spettacolo, comunque, poter assistere alle performance di alcuni librai. Camminavano in lungo e largo per gli stand fischiando verso i passanti e passandosi i pollici sotto le bretelle. Quando qualcuno si avvicinava gli passavano un libro sotto al naso con malizia, in modo da fargli assaporare l’odore della carta. Poi lo ritraevano di colpo, lo lanciavano in aria per poi riprenderlo, vi sbattevano le nocche sul dorso tessendone la solidità, oppure invitavano il malcapitato a valutare la perfezione della rilegatura, la piacevolezza tattile della carta utilizzata, l’eleganza della veste grafica. A volte lasciavano persino intravedere per qualche attimo quello che c’era sotto la sovraccoperta e non di rado le donne, stizzite, finivano per trascinare via i propri mariti di peso tra urla e risate degli altri avventori. Anche mio nonno riconosceva il talento di alcuni librai, seppure disprezzava quelli che se ne facevano abbindolare e che passavano le ore a contrattare sul prezzo. Lui i librai li conosceva tutti e tutti li chiamava per nome. Con alcuni scherzava, discuteva, ma solo con pochissimi, quelli più anziani, parlava di libri. Le sue rare discussioni erano, ahimè, molto lunghe ed io in quei casi, a mio rischio e pericolo, mi allontanavo qualche minuto per comprare frattaglie, lumache, o cosce di rana, che erano i classici cibi allora in voga alla fiera. Vendevano anche gli Happy Meal nella loro apposita confezione, ma a me faceva troppo senso vedere cibo uscire da una casetta di cartone con le finestrelle e tutto. Mi ricordo di un anno che mio nonno volle farmelo mangiare a tutti i costi e finii per vomitarne il contenuto sullo stand “Albatros il Filo”. Mi ricordo che mio nonno dovette scusarsi ma questi pretesero comunque dei soldi. Da quell’anno per me solo frattaglie.

Insomma quello di ieri è stato un tuffo nel passato per me, un tuffo nei ricordi di una fiera che non esiste più. Tutto è cambiato. A partire dalla navetta, dalla fila in piazza, dal programma stampato che uno può mettersi nella borsa senza dover mandare a memoria! La fiera si è trasformata in una manifestazione per famiglie. Era tutto un passeggino, un ruttino, un bavaglino, un rigurgitino. Quasi ho invidiato questi fanciulli a cui venivano distribuiti pennarelli e fogli bianchi, mentre ai miei tempi al solo vederci si sprecavano calci ed espettorati. Mio nonno sarebbe scappato a gambe levate a tale spettacolo. A me invece la cosa non è dispiaciuta. Certo, i librai di oggi sono timidi, restii al dialogo, hanno tutti le stesse montature di occhiali e hanno il pallino dell’incipit giusto, dell’incipit che funzioni.  Ma se ti avvicini con gentilezza, gli parli con calma e gli assesti un ceffone a tradimento poi può accadere che si destino e dimentichino gli incipit. Alcuni, adeguatamente insultati, hanno anche espresso delle opinioni interessanti, anche se quelli che hanno simpatie per le scuole di scrittura di solito non danno segni di vita. In quei casi i ceffoni non funzionano, la violenza, seppur consiglio di esercitarla, resta fine a sé stessa. Per questi casi io ho un asso nella manica, un trucco che un vecchio libraio amico di mio nonno mi ha insegnato ad effettuare in cambio di un cartoccio di frattaglie e del permesso di sputarmi sulla capoccia. Bisogna prendere un libro…che ne so di Gadda, di Faulkner o di Vargas Llosa e glielo si deve passare sotto al naso. Poi bisogna sbattere con violenza le nocche sul dorso, fare frusciare le pagine, decantare la qualità dell’immagine di copertina. Poi quando lo hai abbindolato lasciare intravedere cosa si nasconde sotto la sovraccoperta, ma bisogna stare attenti a farlo con giudizio, con estrema discrezione, potrebbe non reggere e svenirti tra le braccia.

Happy_Meal

Bersani, Flaiano, Schnitzler, talloni. Sull’importanza di fare delle scelte.

Nel mondo succedono ogni giorno moltissime cose. Sarebbe bello parlarne. Sarebbe bello discutere di politica, di economia, di attualità. Potrei parlare di culture lontane, di personaggi storici, di filosofia ed arte. Potrei trattare uno di quegli argomenti che finiscono in prima pagina su WordPress, argomenti importanti come le scommesse sportive, il fanatismo cattolico antiabortista, gli UFO o l’identità sarda. Questi sì che sarebbero argomenti di cui varrebbe la pena parlare. Potrei persino fare un post sulle primarie. Oppure potrei parlare di me, di quello che sono, di quello che faccio, raccogliere quei pensieri che mi assalgono mentre me ne sto solo davanti al mare, schiacciato dal rumore delle onde, a osservare il lento incedere di uno scarafaggio controvento. Oppure potrei scrivere ricette, consigliare outfits, dare dritte sui centrotavola o confezionare velenose stroncature di presepi viventi . In questi giorni sto leggendo “Tempo di uccidere” di Flaiano e sto notando quanti elementi in comune abbia con “Fuga nelle tenebre” di Schnitzler. Il ruolo centrale della malattia innanzitutto, la ricerca ossessiva dei sintomi in sé e sul proprio corpo ma soprattutto negli altri, attraverso gli altri, all’esterno: nei café (Schnitzler) o al mercato (Flaiano); come a ricordare che la malattia altro non è che un processo, un processo eminentemente sociale. La malattia vissuta come stigma e la perdita inesorabile della vita (vita sociale prima ancora che biologica) che i protagonisti dei due romanzi incontrano –cercano – proprio nella speranza di sfuggire ad una malattia – all’idea di una malattia – che arrivano a vedere ovunque (vedere soprattutto per Schnitzler considerando quanto ritorna il tema dell’occhio e dello specchio). Ecco potrei sistemare questi appunti confusi e scriverci un post. Ma poi penso che di solito i termini di paragone sono tre e a me un terzo libro non viene in mente, per non parlare del fatto, poi, che quello di Flaiano non l’ho nemmeno finito. Potrei insomma fare un sacco di cose, ma come farle, se poi apro wordpress e tra le chiavi di ricerca delle persone arrivate su Tibten  trovo tallone creature istruzioni? Tutto davanti a questo perde di significato, diventa banale, obsoleto. E se poi considerate che vi figurano anche paciugosi piedi? Con che faccia potrei dedicarmi all’Amazzonia? E dove lo mettiamo filmati bei piedi pagare il piè di uno che odora i piedi? Come parlare di primarie, di votazioni, di Bersani se qui c’è da stabilire che ruolo abbiano ben due paia di piedi e un piede singolo? Chi paga? Chi annusa? Chi filma? Perché pagare il piede di uno che odora altri piedi? E poi, quello destro o quello sinistro sovvenzioniamo? Vi sembrano domande oziose? Considerate che tra le chiavi di ricerca figura anche a milano dove andare a leccare i piedi prima di esprimervi e vi inviterei a ponderare anche si spella il mignolo del piede foto già che ci siamo! Siete disgustati? Incazzati? Tranquilli, ho una chiave che fa per voi, che cade a fagiolo: insulti per un feticista del piede. Tutto torna no? E adesso, prima di lasciarci un ultimo ringraziamento di cuore, un ringraziamento davvero speciale da tutta la redazione di Tibten a chi ha digitato su Google quanti incesti in italia porno. Sentiamo di dirti grazie, soprattutto per quella parolina finale con la quale hai elegantemente chiosato e fatto intendere al motore di ricerca che a te della botanica non te ne poteva fregare di meno. Grazie a nome di tutti, speriamo che tu possa passare un sereno Santo Natale insieme a tutta la tua famiglia.

Se vi è piaciuto questo post cliccate anche….

 QUI                                   E                    QUI

scara