“Ma io e te siamo amici?”. L’amicizia su facebook con una morale che non ti aspetteresti.

Claudia frequentava come me la prima elementare ed era un gran bel pezzo di bambina. Così, quando un giorno mi fece pervenire un foglietto contenente una domanda a risposta chiusa, dopo aver esaminato la domanda (tivuoimettereconme?) e fatta una rapida valutazione delle tre alternative (si-no-forse) non ci pensai più di tanto e apposi una crocetta sul quadratino corrispondente la risposta affermativa. Un secondo dopo alzai gli occhi e realizzai che qualcosa era successo. Ero sempre Stefano, un bambino italiano di sei anni, un figlio, un fratello, uno studente, un futuro calciatore (sic!), un felice possessore di Commodore 64 e tante altre cose sicuramente, ma la mia identità si era arricchita di una nuova dimensione: adesso ero anche un fidanzato. Quel pezzo di carta era stato in grado di fare qualcosa, di sancire la nostra unione, di cambiare il nostro status: non eravamo più due individui, eravamo una coppia.

L’idillio iniziale con Claudia si trasformò presto in incubo. Se tra di noi si andava d’accordo dovemmo renderci presto conto di quanto era difficile gestire la nostra unione con gli altri. Già, perché se quel foglietto aveva cambiato le cose tra noi questo significava che anche le cose tra noi e il mondo dovevano ridefinirsi. Il nostro mondo, che al tempo coincideva grossomodo con le mura della nostra aula, era formato da due gruppi contrapposti: maschi e femmine. Ci scherzavano, ci additavano, divenimmo oggetto di canzoncine e disegni di cattivo gusto: maschi e femmine avevano trovato un terreno nuovo dove scontrarsi e quel terreno eravamo io e lei. Tenevo a Claudia, ma tenevo anche ai rapporti con il mio gruppo di riferimento (i maschi) e immagino che Claudia fosse attraversata da tensioni simili. Finirono per metterci uno contro l’altra. Eravamo troppo giovani per gestire queste due identità conflittuali e finimmo per lasciarci. Non mi ricordo quando successe, ma di una cosa sono sicuro: quello che fu sancito da un accordo scritto, da un contratto se vogliamo, fu sciolto tramite un accordo verbale. Con il senno di poi fu una fortuna che non firmammo il foglietto perché altrimenti, da un punto di vista legale, credo che Claudia potrebbe avanzare rivendicazioni su di me.

Alle medie ed alle superiori, così come all’università, ebbi altre relazioni. Di solito si chiedeva alla ragazza di uscire e dopo un po’ che ci si frequentava si affrontava il discorso relativo alla qualità della relazione che ci univa. A volte si decideva per una relazione, altre volte no ed amici come prima. Tutto questo, però, veniva regolato tramite accordi verbali, accordi vincolanti per carità, rafforzati da comportamenti ben precisi e da segnali ben codificati rivolti tanto a noi quanto a persone esterne e potenziali altri partner.

Quello su cui vorrei puntare l’attenzione è che nelle relazioni sentimentali vi è sempre un momento in cui ci si domanda “ma io e te, stiamo insieme?”. Nel caso della parentela invece, qui mi limito al nostro contesto europeo, una domanda come “ma io e te siamo parenti?” non avrebbe senso (con buona pace della serie Beautiful). Grossomodo sappiamo con chi siamo imparentati e, soprattutto, non lo abbiamo scelto noi. Certo, poi c’è il matrimonio a scombussolare il nostro sistema e a farci acquisire nuovi parenti, ma credo che questo non aggiunga molto alla discussione, anche se lasciatemi sottolineare come il matrimonio si basi su di un sistema che di colpo ci fa tornare all’età di sei anni, al contratto.

Concentriamoci ora su Facebook. FB è fondato su di un sistema molto particolare: la richiesta di amicizia, amicizia che può essere accettata o rifiutata. È questa una pratica davvero singolare, perché se ha un senso chiedere ad una persona se questa ti consideri il proprio partner (abbiamo visto come sia necessario questo passaggio) ed invece non ha senso chiedere a qualcuno se è tuo parente (Ridge scopatutto permettendo) l’amicizia è l’unico dei rapporti sociali che c’è o non c’è e fare domande come “ma io e te siamo amici?” oppure “ma io e te stiamo diventando amici” (sempre Beautiful permettendo) suona piuttosto ridicolo. Certo, a volte può capitare di dire a terzi che si è amici di qualcuno, magari per rimarcare che tale persona è qualcosa di più che un collega o, più frequente, può capitare di litigare con il proprio amico e discutere con lui di cosa significhi per voi l’amicizia. In questo caso saranno plausibili affermazioni come “non mi aspettavo questo da un amico” oppure “ti consideravo un amico ed invece” fino ad arrivare a frasi che sanciscono di fatto, almeno momentaneamente, la fine dell’amicizia (non faccio esempi che altrimenti mi intristisco). Quello che noterete è che sull’amicizia si può discutere, la si può interrompere, ma sta di fatto che essa c’è o non c’è e nessun accordo verbale, né tantomeno scritto, ne sancisce l’inizio.

Veniamo adesso alla morale. Molti adesso staranno partendo in quarta inveendo contro FB, sostenendo, forti della dimostrazione che ho fatto, che FB snatura la realtà dell’amicizia, riducendola ad una ridicola transazione, non distante da logiche prettamente commerciali (l’amicizia su FB è un’offerta da accettare o rifiutare). Non voglio e non posso negare questo. È evidente che il modello di riferimento è quello commerciale. Quello che però vi invito a fare è fermarvi a ragionare sul vostro rapporto con FB e tra FB ed il mondo. Fatevi questa domanda: FB vi rappresenta? Ha il compito di rappresentare le nostre vite? Credete sia possibile realizzare questo? Non sarà mai che state concedendogli troppo spazio proprio nel momento in cui cercate un modo corretto di utilizzarlo? Pensateci un attimo e poi discutiamone insieme.

Zurigo - Street Parade

Zurigo – Street Parade

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Guadagna 486,25 Euro al giorno da casa.

Torno a casa da lavoro, accedo al mio profilo Facebook e mi accorgo di un fatto inquietante! Delle 7 inserzioni sponsorizzate che FB mi propone sul lato destro della pagina 4 riguardano somme che potrei guadagnare al giorno da casa, pare, con la massima facilità. Il problema è che si tratta di 4 cifre diverse tutte sulla stessa pagina! Una inserzione mi propone di guadagnare 395 Euro, un’altra 600, un’altra ancora 450 e l’ultima 500. Tralasciando il fatto che due tra queste utilizzano la stessa immagine mi sorge spontanea una domanda:

Chi, tra costoro, sta cercando di gabbarmi?

p.s. So che spesso questi banner sono mirati, devo preoccuparmi?

p.p.s. Le altre tre inserzioni erano una su delle giacche da neve in saldo, un’altra era quella del Bingo e come ultima mi proponevano un sito dove trovare ragazze single.

p.p.p.s. Ho scritto il precedente p.s. prevedendo che qualcuno me lo avrebbe chiesto.

p.p.p.p.s. Sì, sono quelle persone che ti guardano e fanno “Ah beh se sei acquario….ma devi dirmi l’ascendente!”

p.p.p.p.p.s. Sì, ho fatto la media matematica ed è uscito 486,25 euro al giorno.

p.p.p.p.p.p.s. Beh non lo so l’ascendente e non so nemmeno come si faccia a stabilirlo e no, non ci tengo che qualcuno me lo dica grazie.

p.p.p.p.p.p.p.s. Ripensandoci visto che devi lavorare e guadagnare da casa, forse la differenza potrebbe essere nella casa. Cioè in base alla casa che hai ti danno un tot al giorno. Non fa una grinzetta no? Cioè se hai una casa scrausa magari parti da 395 euro. Poi, considerando che sono quasi 12mila euro al mese, magari nel giro di un anno te ne compri una mejo di casa e così ti danno 450 euro. Poi ci metti la piscina, l’arredi bene e se la cosa va arrivi a 600. Sì, ne sono persuaso oramai, deve dipendere dalla casa….

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“Cambiamo decisamente argomento”. La scaletta dei telegiornali con buona pace di assiri e babilonesi.

Vi è una logica, un disegno, un pensiero intelligente nelle scalette dei TG. Non si tratta solo di anteporre politica ed economia a cronaca e costume fino a realizzare un percorso che va dal fatto più rilevante a quello meno. Vi è, spesso, proprio una ricerca di carattere estetico ad orientare la selezione delle notizie, un richiamo all’analogia, alla ricorrenza, a volte fino a creare una certa ridondanza. Avrete notato che vi è un’alta probabilità, quando viene data una notizia particolare, che nei giorni seguenti ve ne vengano segnalate di simili. Naufragio chiama naufragio. Stupro chiama stupro. Aggressione da parte di cane chiama altra aggressione. Disastro ambientale altro disastro. In mancanza di corrispondenza perfetta un disastro aereo può sostituire un naufragio così come lo stupro può chiamare aggressione e l’attacco di squalo in una zona remota del mondo seguire la signora azzannata dal Pit-Bull ad Isernia. Altre volte tali passaggi possono seguire logiche meno evidenti, al limite dei meccanismi inconsci di associazione. La scaletta del TG assomiglia molto alla retta evolutiva “assiri-babilonesi-fenici-egizi” che ci insegnavano a scuola, un percorso che deve condurre dallo spread al disco di Zucchero, dall’attentato al video virale, dalla guerra in Palestina alla rovesciata di Ibrahimović. Così, laddove quella ridicola storia evolutiva, di sapore positivista, tentava di giustificare il progresso – la storia – con i segni di questo progresso (ovvero la tecnologia espressa dalle civiltà che, tipo staffetta, si davano il cambio sulla linea) i TG, che procedono controcorrente, andando cioè dal serio al faceto, non potendo giustificare le loro scelte con una pseudoscienza cercano di creare delle scalette quanto più omogenee e lineari nel loro complesso. Per riuscire in questo scopo, per farci arrivare dal punto A al punto B come se questo percorso fosse la cosa più naturale – e giusta – possibile, hanno una sola possibilità: non farci percepire gli spazi, i vuoti, i passaggi tra i vari argomenti. Per questo le scaletta dei TG assomigliano in qualche modo ad un prodotto artistico e come tale potremmo forse studiarle. Vi sono, però, dei momenti nei quali il meccanismo, come dire, si inceppa, momenti nei quali non si può fare altro che passare da una notizia di cronaca, magari anche una brutta notizia di cronaca di quelle morbose che piacciono tanto, ad una notizia molto più leggera, una notizia di costume con le musichette allegre di sottofondo. È in questi casi che il sistema è scoperto ed il conduttore è il primo a rendersene conto. Mostrerà imbarazzo e, dopo aver annunciato il titolo della notizia frivola con l’immagine frivola già sul monitor, dirà una frase semplice, un piccolo inciso, dirà: “cambiamo decisamente argomento”. Cambiamo decisamente argomento. Fateci caso, lo sentirete ripetere molto più spesso di quanto crediate.

P.S. Ho buttato giù questa riflessione abbastanza di getto, immagino ci siano studi e materiale più compiuto sulla materia. Critiche, contributi e riflessioni, sono gradite.

Rotolo ti voglio bene! Fenomenologia della carta igienica.

Alla vostra destra o alla sinistra, ogni giorno, seduti sul vostro water, sarete obbligati ad effettuare una torsione col busto al fine di raggiungere la carta igienica. Il rotolo di carta igienica predilige solitamente la parete alle vostre spalle dalla quale superbo vi guarda, tronfio del dispositivo che lo sorregge e ne permette lo srotolamento. Tale dispositivo, che alcuni chiamano supporto a parete, distributore o, semplicemente, portarotolo è una delle ragioni, immagino, per la quale non sarebbe pensabile commercializzare carta igienica senza ricorrere alla soluzione rotolo. Le decine di aziende cartacee che si contendono il primato l’onere ed il privilegio di nettare il nostro orifizio cardinale cercano di convincerci che la loro carta risulterà più morbida, conveniente, resistente, affidabile, duratura, ludica, a minor impatto ambientale, addirittura più profumata di quella dei loro concorrenti, ma state sicuri che nessuno di questi oserà sfidare il diktat rotolo. Il rotolo non si discute, esso è un tutt’uno con la carta igienica così come non riusciremmo a concepire banane cilindriche o mele affusolate. Rotolo e portarotolo formano una coppia così ben radicata nel nostro immaginario collettivo che è persino difficile stabilire quale di questi due ritrovati della tecnologia sia stato introdotto prima. State sicuri che diventeremmo ostili nei riguardi di chiunque venisse a proporci soluzioni alternative a quei due adorabili mascalzoni come se venisse minacciata la nostra stessa identità. Chi di noi non prova pena per un rotolo di carta igienica abbandonato su una superficie piana come del nastro adesivo? Quanti di noi detestano dover usare entrambe le mani per qualche misero strappo? Chi, nella fredda solitudine di un bagno che non gli appartiene, tra quel senso di disagio e di fragilità, non apprezza la perfetta scorrevolezza che solo un rotolo ben abbinato al suo porta rotolo sa generare, quella stessa scorrevolezza di cui tutti, da bambini, almeno una volta abbiamo abusato? E quanti di voi, amici ed amiche, dopo aver dato un senso ad ore di quieta peristalsi, avendo decretato conclusa la sessione e volgendosi con la mente a quell’atto per nulla nobile, ma tuttavia doveroso, non vengono mai presi dal terrore di essere rimasti privi del fidato rotolo? In quegli attimi di angoscia, con la speranza al mobiletto sotto al lavandino da raggiungere a piccoli passi con le brache ai calcagni, un occhio malandrino alle pagine della settimana enigmistica e uno carico di apprensione al bidet, quanti di voi non hanno emesso un grido, almeno interiore, alla vista di quella candida lingua di carta che sporge timida e non aspetta altro che due vostre dita, un minimo gioco di polso più sicuro e naturale di quello di un vecchio sarto, per servirvi con amore e discrezione fin dove pochi altri saprebbero spingersi? E allora che vengano 4, 8, 30 strati di cellulosa fino a raggiungere morbidezze impossibili! Che si propaghino nell’aere fragranze floreali, essenze di camomilla, sentori di sottobosco! Che cigolino i porta rotoli e che si odano fino ai salotti! Che infine si dia mano ai pietosi sciacquoni, non prima, però, di un ultimo fugace sguardo e della mano tesa (possibilmente la sinistra), parallela alla fronte, a mo’ di estremo, commosso e doveroso saluto di commiato.

Vi lascio con le immagini di alcuni dei nostri cari eroi. Come direbbe La Russa, loro sono i nostri Ragazzi.

In ottone stile antiquariato

Acciaio e vetro satinato

Tecnologico con supporto I-Pod

porta carta igienica dotato di ventose a fortissima tenuta grazie ai materiali impiegati e al particolare meccanismo a scatto che attiva la funzione di bloccaggio. Dette ventose, non temono umidità e vapore e sono concepite per la piu’ rapida e sicura applicazione su qualsiasi superficie liscia; ognuna puo’ sostenere oltre 10 Kg,

Porta carta igienica telescopico, da fissare al muro. Ha braccetto orientabile ed estensibile per tirare a sè il rotolo e ritirarlo senza doversi allungare. Particolarmente indicato per spazi ristretti.

Maledettamente Choosy. Quello che Nonno Ugo, vanamente, tentò di insegnare ad una generazione.

Quando ero piccolo i miei coetanei più fortunati – molto più fortunati – apparivano nelle pubblicità del mobilificio Rossetti insieme al pagliaccio Tata di Ovada e Nonno Ugo (A.K.A. il nonno più buono del mondo). In questi spot a questi miei coetanei veniva dato un grosso martello da clown e l’indicazione di colpire con questo un pulsante di un grosso e affascinante macchinario pieno di lucette. Una volta colpito, il macchinario vomitava un giocattolo per lo schifosamente fortunato mio coetaneo di allora, giocattolo che, insieme ad uno speciale diploma, debitamente compilato e certificato dal mobilificio, veniva consegnato allo zozzo coetaneo di allora da Nonno Ugo in persona. A questo punto il tale maledettissimamente favorito dalla sorte mio coetaneo di allora veniva congedato da Nonno Ugo per dare spazio ad un altro piccolissimo/a figlio/a di troia/o. Veniva congedato un po’ bruscamente di solito, perché i tempi delle tv commerciali erano rigidi  e poi, dopotutto, lo stomachevolmente fortunato ragazzino senza fare un cazzo di nulla aveva avuto un ninnolo AGGRATIS e pure il PEZZO-DI-CARTA! Ce poteva pure stà no? E infatti tutti erano felici ed il macchinario sputa-giocattoli una sorta di mostro freddo che nessun bambino di allora si sognava di contestare, anche se al maschietto capitava la Barbie o se, come spesso accadeva, si vedeva la mano di qualche addetto allungare il balocco attraverso la bocca del macchinario. Tutto era bello, c’erano luci, vallette, Nonno Ugo era sexy e Tata non si drogava. Già, ma poi? Come è che siamo cambiati? Cosa ci è successo? Che fine ha fatto Tata? E Nonno Ugo? In che discarica è finito il macchinario? Ma soprattutto, perché quei bambini che accoglievano senza fiatare quei doni sono diventati oggi così maledettamente CHOOSY?

La Fornero ha ragione. Ci siamo guastati. Siamo inaccontentabili. Siamo degli Choosy del cazzo!

Ma, mi chiedo, cosa ci ha allontanato dalla strada indicataci da Nonno Ugo? L’imbarazzante scelta dei personaggi in Street Fighter? La possibilità di creare giocatori di colore in Sensible Soccer? I compiti in classe a risposta chiusa? L’opzione “non al pc” e quella “occupato” su MSN? Il caffè al Ginseng? La difficile logica delle combinazioni dei menù del Mac? Le NIKE con l’aria? Linux? I Trans? La7? C O S A?

Dove abbiamo fallito? In quale momento abbiamo dimenticato che il macchinario non si discute e che è giusto dire grazie a chi ti ha messo il martello in mano perché ci sono altri a casa che quel martello in mano se lo stanno sognando?

Insomma: ti è capitato Blanka a Street Fighter e non sai fare la scossa??? ZITTO E GIOCA!!!

Blanka mostra a Ryu come caricare l’I-Phone tenendolo in tasca.

“Pieta” di Kim Ki Duk: recensione, curiosità, balconing.

Vuoto dimensionale, solitudine, un opprimente senso di claustrofobia. Sono questi gli elementi che dominano “Pieta” di Kim Ki Duk, film che affronta la dura realtà di un quartiere di Seul nel quale la diffusione del balconing, specie nella variante coreana senza piscina, ha sconvolto il tessuto sociale dei suoi abitanti, tradizionalmente fondato su alcol e culto della lamiera. Tra la disperazione ed il senso di umiliazione che affligge coloro i quali non riescono a trovare il coraggio di lanciarsi si muove Ken-Do, il protagonista del film, teorico delle pippe notturne senza mani, il quale si aggira per il quartiere facendo nuovi adepti con dei metodi forse brutali, ma dalla sicura efficacia. Tra vecchi e nuovi pipparoli una donna misteriosa entra però nella vita di Ken-Do, stravolgendone gli equilibri. Dopo numerosi colpi di scena si scopre che la donna niente altro è che la campionessa coreana di balconing che, afflitta dal suicidio del figlio, ossessionato dalle vertigini ereditate per via paterna, decide di porre fine alla moda del balconing realizzando il balconing perfetto. Ken-do, colpito dal gesto tecnico della donna, cerca conforto tra i suoi adepti, ma scopre che questi in realtà questi lo hanno rinnegato a causa di alcuni suoi comportamenti impuri con la mano della donna. Oramai solo e disperato Ken-Do cerca di riconquistare l’amore della sua gente lanciando la moda dei maglioni corti e zozzi. Fallito questo ultimo estremo tentativo Ken-Do è oramai ad un passo dalla pazzia. Nell’ultima e struggente scena lo vedremo affidare tutto il proprio dolore alla Land Art.

Curiosità

– “Pieta” è stato girato in appena un mese, in seguito ad una scommessa tra il regista Kim Ki Duk ed un barista di Salonicco che ha chiesto di restare nell’anonimato.

– Appassionati cinefili di tutto il mondo si sono divertiti a scovare errori nella pellicola. Quello più eclatante è la presenza di una anziana donna che appare nitidamente dietro la protagonista poco prima che questa esegua il balconing finale.

– Il film ha avuto il patrocinio del Ministero della salute coreano. Sarà proiettato all’interno delle scuole nell’ambito di un progetto mirato a promuovere tra le nuove generazioni il consumo di cibi a kilometro zero e possibilmente vivi.

– Il ruolo del futuro padre pronto a sacrificare le proprie mani è stato interpretato da Jin Ji Woo, famosa rockstar coreana idolo dei teenagers. La canzone che accenna alla chitarra è tratta da “Sapido”, il suo ultimo disco, tra i più scaricati su I-tunes.

Hanno detto su “Pieta”

“Kim era perfettamente partecipe della causa. L’idea del frigorifero buttato in terra è stata sua” (Cho Yong Doo, Ministro della salute Sud Coreano)

“A noi Kim Ki Dux non dispiace” (Gianluca Iannone, leader CasaPound Italia”)

“Prima Pietà, poi Pieta, poi di nuovo Pietà e poi no, tutti dicevano Pieta…sapete che ve dico? Che io…” (Paolo Mereghetti, critico cinematografico)

“Senza Nonno Libero io dico che non è pensabile. Scarpati non può reggere da solo tutta quella… è troppa l’aspettativa da parte del pubblico” (Micheal Mann, regista e presidente della 69esima Mostra del Cinema di Venezia)

“Lui era sbronzo marcio, nemmeno si reggeva in piedi. Pensavo di vincere facile ed invece… non li ho i suoi soldi e sono mesi che vivo nel terrore che torni, quell’uomo è pericoloso, dico davvero!” (Ambrosios T., barista)

“Mi ci sono riconosciuta. Anche io di notte metto sempre il silenzioso” (Paola Barale, showgirl)

“Un film che ti tocca dentro” (Beppe Bigazzi, faccendiere)

“Coreani, coreani, coreani, sempre film coreani” (Massimiliano Latorre eSalvatore Girone, militari)

“I peggiori schiaffi della storia del cinema” (Bud Spencer, attore)

“Lino sa bene che per lui un ruolo ci sarà sempre nei miei film” (Micheal Mann, regista e presidente della 69esima Mostra del Cinema di Venezia)

“Ma poi, ma si può sapere che le ha dato da mangiare a quella, ‘na palla?” (Paolo Bertetto, critico cinematografico)

“In sala si sono girati tutti verso di me durante quella scena. Possibile che io ormai debba persino aver paura di andare al cinema, perché se per caso esce fuori un pollo…  ” (Richard Benson, artista)

“Ho pianto” (Renzo Bossi, figlio)

“Ci è costato molto meno di quello che pensate” (Amancio Ortega Gaona, imprenditore, proprietario del marchio Zara)

“Un capolavoro assoluto, ma io su Kim Ki Duk sono di parte” (Antonio Cassano)

Il regista Sud-coreano Kim Ki Duk a Venezia mentre imita uno di quei gatti cinesi del cazzo

                        

 

Invio di proposte editoriali a Stefano Mosso: istruzioni che gradirei fossero lette con attenzione.

Gentili editori,

a fronte delle numerose proposte che mi vengono quotidianamente sottoposte sono stato costretto a compilare alcune indicazioni che siete pregati di leggere attentamente prima di inoltrare al sottoscritto qualsiasi tipo di proposta di pubblicazione.

Indicazioni generali.

Prima di contattarmi siete pregati di valutare attentamente che la vostra linea editoriale sia affine a quello che scrivo. Non avendovi io mai inviato un tubo significa che dovrete andare a naso. Il mio account facebook è privato e Twitter lo uso pochino, ma dando un’occhiata alla mia foto di profilo e, soprattutto, a quella dei miei amici potreste farvi già un’idea, specie se non è estate, Natale, periodo di mondiali di calcio o di linciaggio di femmina in qualche paese islamico.

Tendenzialmente non scrivo poesia, non scrivo gialli, saggi, romanzi rosa, libri per bambini, libri per anziani, libri per adolescenti, libri per Bruno Vespa, manuali per trovare la serenità, per perderla, per trovarla facendo credere che non l’abbiate trovata, per fare sughetti veloci, per defecare senza emettere rumori o per farlo all’aria aperta, fischiettando e con indosso una salopette jeans ed un cappello di paglia, ma provate lo stesso. Magari mi beccate sbronzo, a corto di soldi o in salopette jeans, episodi che ultimamente tendono a verificarsi contemporaneamente.

Vista la grande quantità di proposte che ricevo quotidianamente siete pregati di telefonare per accertarvi dell’avvenuto arrivo della proposta o dell’esito della valutazione. Difficilmente al telefono entrerò nel merito, ma mi sono persuaso del fatto che ricevendo tante telefonate la mia coinquilina figa finirà col credere che io sia un tipo tosto.

Prevedo di rispondere entro 7 mesi dall’arrivo della vostra proposta. Nel caso di rifiuto risponderò comunque con una lettera standard nella quale, dopo alcune sentitissime frasi di circostanza, passerò a parlare di me idealizzando il mio passato. Mi aspetto comunque di ricevere una lettera standard alla mia lettera standard di rifiuto, portata da un postino standard e con tanto di divisa standard. Avete carta bianca relativamente al contenuto della missiva, ma mi piacerebbe trovarci almeno qualche riga su gatti e video di gatti che vi hanno colpito.

Indicazioni tecniche.

Più o meno dall’avvento di internet prendo in considerazione solo proposte pervenutemi in formato cartaceo (non prenderò in considerazione proposte inviate tramite mail, cd rom, fax, piccioni, colombe, falchi, aquile, biscotti della fortuna, cantanti rionali prezzolati, postini di “C’è posta per te”, Gianluca Vialli). Nel caso voi siate la Castelvecchio editore sappiate che prenderò in considerazione vostre proposte solo se pervenutemi tramite floppy disc.

La proposta (ad eccezione di Castelvecchio che deve munirsi di floppino) deve essere presentata in fogli formato A4, solo fronte, con le pagine numerate e molto ben profumate. Non mi interessa che siano rilegate e non pretendo che utilizziate un particolare carattere tipografico, ma per favore fate vedere che un po’a me ci tenete eh!

Disegni colorati di gatti, specie se tratti da qualche video virale, sono graditissimi.

Non nascondo che la presenza di disegni di gatti può influire sulla valutazione della proposta.

Il vostro nome (niente cognome!) deve essere ripetuto in stampatello anche sull’eventuale disegno di gatti allegato, insieme ad un titolo del disegno e alla data nella quale è stato realizzato.

I disegni di gatti, specie se ben fatti e tratti da video virali, non potranno essere restituiti per nessuna ragione e nemmeno a spese del destinatario.

Grazie infinite dell’attenzione,

Stefano Mosso.

FloppyDisk