L’alternativa agli F 35 c’è e dipende da te!

 

L’Italia non ha bisogno degli F-35, da molte parti si sente ribadire questa posizione. Abbiamo problemi più seri si sente dire: la crisi, la disoccupazione, le imprese che chiudono. Potremmo spendere quei soldi, sostengono i più, per finanziare il sistema sanitario, quello scolastico, i giardinetti pubblici, rifare di nuovo il look alla statua di Wojtyla a Termini. Tutte cazzate. Il punto è che gli F 35 sono un modo di difendere la patria obsoleto. Il disastro nucleare di Fukushima e i continui avvistamenti alieni fanno pensare che le vere minacce da cui il nostro paese dovrà guardarsi nel prossimo futuro saranno mostri geneticamente modificati come enormi rettili o anfibi (o anche granchi o polpi giganti), navi spaziali o robot alieni, per non parlare di Giuliano Ferrara col rossetto. Per questo occorre dire NO agli F 35, ma sì alla costruzione di un robot nazionale gigantesco che possa davvero salvaguardare la nostra terra. Facciamolo a forma di rigatone, di mandolino, facciamolo tricolore, tatuato, phonato, facciamolo come meglio credete, l’importante è che la gente italica possa guardare a lui come al gigante buono, che i bambini possano sognare di pilotarlo, mentre disegnano suoi ritratti da appendere in classe o sui frigoriferi in casa.

Gli F 35 sono superati, anonimi, scontati, sciatti persino. Certo, l’Italia partecipa al progetto, dunque in parte, una piccola parte, questi robi sono anche nostri. Ma guardatevi quanti sono i paesi che di questo progetto fanno parte, ma soprattutto quanti paesi andranno ad utilizzare questi aerei: Stati Uniti, Inghilterra, Australia, Israele, Belgio, Norvegia, perfino la Turchia e chissà poi quanti se ne aggiungeranno. Se dovesse scoppiare una guerra che facciamo poi? Come riconosciamo i nostri dagli altri? Immaginate che caciara? Capite anche da soli che nun se po’ fa’ no? È come se alla Confederations Cup appena conclusa tutte le squadre fossero scese in campo con la stessa maglia, con la differenza che un giocatore va a venti km/h e gli F 35 a quasi duemila.

Io dico che è ora che l’Italia torni ad essere grande.

Io dico che per essere grandi occorra pensare in grande.

Io sostengo Andrea Iozzo e dico No agli F 35, ma sì, cazzo sì a un Robot Nazionale Gigante che possa prendere tutti a calci nel culo!

E tu? Condividi questo messaggio ovunque puoi se anche tu, come me, credi che un robot gigante sia la risposta che questo paese si merita!

https://www.youtube.com/watch?v=qORYO0atB6g

 

 

 

robot

Non precari, ma Smart!

L’altro giorno ero alla stazione Ostiense di Roma e guardavo Italo, il treno della NTV. Una delle cose che si nota subito guardando Italo è la grandezza delle scritte (bianche) con le quali sono segnalate le diverse carrozze (rosse) in base a quelle che una volta si chiamavamo “classi”. I vari Italo hanno diverse classi, ma fondamentalmente la distinzione principale è tra carrozze Prima e carrozze Smart. Ora è abbastanza semplice disinnescare il lavoro di marketing dietro questa scelta. Non ha senso l’esistenza di una prima se non in relazione ad una seconda (e a una terza magari), così come se esiste una smart automaticamente le altre scelte altrettanto smart non potranno esserlo, pena la perdita totale di senso della smartness originale.

Mentre riflettevo su questa cosa mi son reso conto che Smart è anche il nome della tariffa telefonica del mio SMART-phone (!), tariffa che quasi un anno fa scelsi tra una discreta serie di altre tariffe che, guarda un po’, offrivano maggiori servizi ed erano, guarda ancora un po’ che coincidenza, anche più costose. Ho fatto allora una rapida ricerca in rete e mi son reso conto di quanto diffusa sia la parola Smart nelle varie offerte commerciali di imprese di vario titolo. Fatelo anche voi, ci vuole poco! Troverete offerte smart in ogni dove!

Ho scritto dunque questo post per risollevare quei tanti, come me, che sono sottopagati, che non hanno che ridicoli contratti a tempo, che si trovano come responsabili sul lavoro persone con minori competenze, con minore voglia di fare e, soprattutto, con minore passione e immaginazione.

Carissimi, vi esorto a smetterla di usare il termine precario. Smettiamola con questa parola che altro non fa che dare di noi una rappresentazione negativa. Noi non siamo precari, siamo smart, Ficcatevelo in testa! Vi offrono contratti di merda? Collaborazioni non pagate? Avete due lauree e fate le baby-sitter? Lo stage è senza rimborso spese? Non prendetevela con nessuno, perché voi siete Smart, e se voi siete Smart va da sé che gli altri non possano che essere…..

Alla prossima,

Stefano

smart

LA LEGGE DEL BICCHIERE D’ACQUA

Ogni tanto, è sotto gli occhi di tutti, le persone cadono. No, non sto utilizzando un linguaggio metaforico, sto parlando proprio di quel rapido processo che porta un essere umano ad abbandonare la tanto sudata posizione eretta e schiantarsi al suolo. Passi falsi, scarpe inadeguate, pavimento scivoloso o sconnesso, malori: molteplici possono essere le cause di una caduta. Talvolta questa ha effetti seri, come una frattura, altre volte solo esilaranti, molto spesso uno di questi due elementi non esclude necessariamente l’altro.

Quello di cui vorrei parlare in questo post, però, non riguarda la caduta in senso stretto, quanto, piuttosto la gestione della caduta in un luogo pubblico e quella legge universale che io ho chiamato “la legge del bicchiere d’acqua”. Ma facciamo un esempio pratico che forse rendo meglio l’idea.

Prendiamo una signora che passeggi da sola amorevolmente per strada. Mettiamo che la signora inciampi in una buca e finisca in terra. A questo punto un numero che va dalle tre alle milleduecento persone si radunerà intorno al corpo della signora per soccorrerla e sincerarsi delle sue condizioni. La legge del bicchiere d’acqua stabilisce che a prescindere dal numero delle persone, dalla loro età, livello d’istruzione o classe sociale, ad un certo punto si materializzerà un bicchiere colmo d’acqua che verrà offerto all’inferma. Fateci caso, accade sempre. Spesso non si sa bene nemmeno da dove esca fuori, se da un negozio, dalla borsa di qualcuno oppure direttamente dal cielo, offerto dallo spirito santo. Una volta comparso il bicchiere tutti inviteranno con gli occhi la signora a sorbirne il contenuto, tutti saranno felice alla vista delle sue labbra accostarsi al sacro calice.

Adesso io non sono un medico, all’ allegro chirurgo facevo pena e “Esplorando il corpo umano” mi ha insegnato unicamente a non giudicare le persone in base alla loro barba. Nonostante questo, però, posso affermare con relativa sicurezza che la disidratazione abbia poco a che fare con le cadute a cui solitamente assistiamo. Non c’è nessuna ragione per la quale una vecchietta caduta in terra dovrebbe farsi una sorsata, eppure la legge del bicchiere d’acqua resta inattaccabile. Va da sé che l’acqua qui abbia un valore puramente simbolico. Quel bicchiere è il precipitato materiale della presa in carico da parte degli accorsi. Quel bicchiere significa: “Ecco, ci stiamo prendendo cura di te, lo vedi?”. Rende tangibile, concreto, qualcosa che non lo è, qualcosa che non viene detto e lo cementifica attraverso uno scambio (ti diamo l’acqua per te e tu la bevi per noi) che è quasi cerimoniale. Bello no? Direi di sì. Nonostante questo, ragionavo sul fatto che se dovessi io cadere, se dovessi farmi male e voi foste chiamati a soccorrermi, credo che un Rosso di Montalcino, un Nebbiolo, un Aglianico andranno benissimo lo stesso, specie se accompagnati con un primo importante, formaggi, minestre, affettati vari, dolce e caffè! Non fatevi scrupoli, dovrò rimettermi in forze e se non finisco tutto tranquilli, mi faccio la busta!

P.S. Non dimentichiamoci l’amaro per favore!

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IO FACCIO IL MOONWALK

Circa due mesi fa me ne stavo, come sempre, a Monti, seduto sui gradini della fontana (sapete quale) a sorseggiare birra e vendere droghe sintetiche agli yuppies romani. D’ un tratto (si fa per dire) si palesa davanti a me e alla mia cricca (sì, d’ un tratto c’è anche una cricca) un giovane venditore indiano di paccottiglia (l’utilizzo del termine paccottiglia accostato a giovane venditore indiano non ha ambizioni xenofobe).

Il tale mostra la sua mercanzia con trasporto, al che io gli faccio capire che no, non sono interessato a vendergli droga. Il tipo (o il tale) allora si allontana, raggiunge il centro della piazza (si fa sempre per dire perché al centro ci sta la fontana) e inizia a sbracciare, a saltellare, a emettere tutta una serie di grida che chi conosce come me la cultura indiana sa essere una molto peculiare pratica culturale tesa a richiamare l’attenzione degli astanti.

Poco dopo, quando tutti lo stanno osservando, il tipo fa una cosa: una specie di ballo, o una camminata, qualcosa di sensuale, ipnotico, vagamente evocativo. Mi guardo, incredulo, intorno a me alla ricerca di una spiegazione, di una luce, di un faro. I miei occhi vagano tra la folla fino a quando si imbattono in una piccola figura che, in piedi a pochi metri da me, mi stava osservando. Lo riconosco, è Giancarlo Magalli, il noto show – man che mi appare ogni volta che mi trovo in difficoltà. Giancarlo alza simbolicamente la Moretti che tiene in mano verso di me, sorride, mi strizza l’occhio poi mi fa: ” La parola che cerchi è moonwalk”.

Dopo un momento di smarrimento ringrazio Giancarlo con gli occhi (si fa per dire), mi alzo, lancio le pasticche di droga sulla piazza, generando una specie di rissa tra yuppies e piccioni, poi salgo sui miei rollerblade che avevo legato a due pali lì vicino e filo via verso casa.

Da quella sera stessa ho iniziato a lavorare duro al mio moonwalk (si scrive corsivo solo se a pronunciarlo è Magalli). Non è stato facile, per niente, specie se considerate che il rettilineo più lungo in casa mia misura 84 centimetri, ma posso affermare di esserci riuscito. Altro che pasticche, altro che droga, altro che fontane. Ho trovato il mio posto nel mondo. Marcel Marceau è morto, Michael Jackson è morto, Neil Armstrong pure. Oggi spetta a me portare il moonwalk nel mondo.

Grazie

P.S. Questo post è stato scritto per giustificare l’assenza dell’autore dal blog e per smentire le voci di taluni che volevano questa essere relazionata in qualche modo con i risultati elettorali. Il racconto, ad eccezione della parte in cui vendo droga nel quartiere Monti, della comparsa dell’ambulante indiano, e della mia scelta di imparare il moonwalk è da considerarsi frutto di fantasia. Un ringraziamento particolare va a Giancarlo Magalli che si è prestato in un ruolo non facile e lo ha fatto con l’impegno, l’umiltà e la straordinaria professionalità che lo hanno sempre caratterizzato. Grazie di cuore Giancarlo, alla prossima.

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NON CI SONO PIù I NEONATI DI UNA VOLTA. VIAGGIO NEL MONDO DEI PANNOLINI

Dedico questo post alla “Cardificio italiano SPA”, azienda che produce pannolini e che, nel descrivere le proprietà di “New Born”, un loro pannolino della linea “Paciuchino”, utilizza coraggiosamente la parola “feci”.

Se siete convinti che il politichese (il linguaggio utilizzato dai politici) sia per definizione il linguaggio della finzione, il linguaggio adatto per mischiare le carte e pervertire la realtà, beh, vi invito a fare un giro nel mondo dei pannolini. Troverete infatti sezioni intere dedicate al bagnato, all’asciutto, alla protezione, agli odori, alla sicurezza, al pericolo derivante dalle fuoriuscite: tutte parole o espressioni all’insegna del vago, dell’indeterminatezza. Bagnato di che? protetto da cosa? odore di che? Poi le fuoriuscite, ovunque fuoriuscite, ma di che cosa? mai e poi mai la realtà verrà chiamata per quello che è, al massimo rimbalzeranno termini come pupù e cacchina, termini che non solo sono un must negli spot televisivi e nei siti ufficiali, ma che vengono poi riproposti tali e quali anche tra i tanti forum di mamme e neo-mamme. Un capitolo a parte spetterebbe poi per la pipì da campione evocata in alcuni spot Pampers. Mi piacerebbe molto sapere come valutare tali pipì, oltre quale punto possiamo parlare di campione e non di un banalissimo infante piscettoso da subissare di fischi? Si potrebbe, pensavo, rispettando ovviamente un regolamento, organizzare un campionato?

A parte gli scherzi si imparano molte cose osservando gli spot sui pannolini. Innanzitutto non esistono più i neonati di una volta. Se una volta negli spot il neonato era assolutamente passivo, relegato al ruolo di una specie di porchetta distesa che la testimonial di turno cambiava col sorriso sulle labbra per illustrare la praticità del prodotto, i neonati di adesso negli spot vanni inseguiti. Corrono, saltano, si arrampicano, cadono, vanno in piscina, giocano e predicano la concordia tra le razze… insomma i neonati di oggi hanno l’argento vivo e gli spot (complici le inquadrature dal basso, cioè dal punto di vista del neonato) vi invitano ad entrare nel loro modo di percepire il mondo. Dunque sicuramente ancora convenienza, praticità, affidabilità (ovvero problemi sentiti dai grandi) ma anche libertà e comfort per i bambini impegnati  e per i piccoli esploratori del mondo.

Vi è poi un forte appello al mondo scientifico e al prestigio che evoca. Ricerca, materiali altamente tecnologici, traspirabilità, dati e statistiche sono tutte cose ben evidenti e pubblicizzate a dovere, ma il neonato di oggi è un neonato che soprattutto deve potersi esprimere, che deve piacere, ma che soprattutto deve piacersi. A tal proposito il pantaloncino “Duetto” (una sorta di via di mezzo tra un pannolino usa e getta ed uno lavabile)  è studiato per dare al piccolo di casa un look fashion proprio come la mamma. I modelli “Duetto” vengono infatti aggiornati ogni stagione in base alle mode. Sul loro sito assicurano che con “Duetto” non dovrai più nascondere il tuo piccolo in pannolino, ma invece mostrarlo, anche con un pizzico di vanità, così da renderlo più sicuro sin dalla primissima infanzia. Vedete bene come si sposano qui l’attenzione all’estetica con quella all’indipendenza del bambino, un bambino che sta bene con sé stesso e con gli altri, che non solo non deve vergognarsi di stare in società, ma che grazie a Duetto impara a starci sin dai primissimi rigurgiti. Un bambino sicuro, fiero, che gattona a testa alta.

Ovviamente Duetto è un caso limite, ma nonostante questo indicativo di come il fuoco, l’attenzione, si stia lentamente spostando verso il comfort e le esigenze dell’utilizzatore finale e non più solo su quelle dei genitori (anche se poi sono loro il target da convincere perché son loro a pagare). I “Little Walkers” di Pampers ad esempio sono pensati per poter cambiare il bambino mentre è in piedi e con la massima facilità. Altro che porchetta sul fasciatoio. Il cambio del pannolino va fatto rapido tipo pit-stop in formula uno. La mamma o il papà arrivano, cambiano e poi PUF! spariscono. Così il bambino può continuare a intrattenere gli ospiti.

All’insegna delle esigenze del bambino è poi quella genialata di operazione commerciale che risponde al nome di mutandina-pannolino. Facili e pratici da indossare questi prodotti (sicuri come un pannolino ma pratici come uno slip) sono studiati per assistere i bambini nella fase in cui iniziano ad usare il vasino. Di fatto si sono inventati un prodotto il cui scopo sarebbe quello di “dire addio al pannolino”. Una sorta di pannolino di transizione.

A proposito di sviluppo, come non menzionare i presunti disegni educativi che si trovano sui “Pull Ups” di Huggies. Io onestamente non vedo cosa ci possa essere di educativo in un disegno su un pannolino. Se consideriamo poi che i disegni in questione sono tratti dal film “Cars 2” nel caso dei bambini (pannolino blu), mentre per le bambine si ritroveranno le “Principesse Disney”( su pannolino rosa), mi sembra che più che educazione qui vi sia la solita riproposizione di assurdi stereotipi di genere. Ma qui mi fermo, perché si aprirebbe un mondo parlando di questioni di genere e articoli per l’infanzia.

Ma vi è dell’altro sui “Pull Ups”. Huggies fa infatti notare che questi disegni spariscono nel caso il bambino abbia fatto pipì. Mi viene da pensare che risieda in questo la funzione educativa del pannolino, specie considerando che “Pull Ups” è uno di quei pannolini di transizione verso il vasino. Chissà, che qualcuno mi illumini. Non so a voi, ma a me sembra una pensata davvero crudele questa cosa del disegno che sparisce.

Infine, un plauso alla Huggies (o a chi per loro) ha coniato lo slogan per la linea dei pannolini “Little Swimmers”, una linea di pannolini ideati per la piscina. Lo slogan in questione è “TANTI SPLASH, NESSUN PLOF!”. Davvero mi sento di alzare il cappello davanti a cotanta finezza ed estro. Non vedo l’ora davvero di diventare padre.

Buon PLOF a tutte/i.

Alla prossima.

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SIAMO AFFAMATI? SIAMO FOLLI?

2005. Febbraio del 2005 per la precisione. Steve Jobs, in qualità di CEO di Apple, viene chiamato a fare un discorso ai neolaureati presso l’università di Stanford, California. Nel suo discorso parla di sé, della sua esperienza universitaria e lavorativa, ma anche della sua vita privata, della malattia, della morte e dell’idea di essa chiudendo il tutto rivelando ai giovani che lo ascoltano l’adagio che ha ispirato il suo modo di intendere la vita professionale. L’adagio era: “Stay hungry, Stay foolish”.

Non so se quei ragazzi a Stanford lo abbiano fatto proprio, come gli suggeriva Steve, ma so che tanti altri ragazzi, milioni di ragazzi, in America, in Europa e nel resto del mondo ricco ritengono Jobs un modello (quantomeno come figura professionale) e so che almeno il 20% dei miei amici, in occasione della sua morte, ha scritto quell’adagio nel proprio status di Facebook. Immagino che nessuno avrà da ridire se affermo che quello slogan (diventato poi un tutt’uno con Jobs) sia attualmente uno dei più conosciuti e citati al mondo.

Non è qui che voglio andare a parare però. Non è che gli effetti della globalizzazione e dei media li abbiamo scoperti con la morte di Steve Jobs. Quello che mi interessa è un’altra cosa. Partiamo dal linguaggio.

“Siate affamati, siate folli” contiene due metafore che ruotano intorno alla fame – una sensazione che si prova in seguito al digiuno – e alla follia – esperienza difficilmente definibile, ma che ha a che fare con la salute, con il disagio, talvolta con uno stigma sociale, spesso con una profonda sofferenza. Non so voi, ma io trovo molto singolare il fatto che uno degli uomini più ricchi del mondo, parlando in una delle università più prestigiose del pianeta, abbia attinto all’esperienza della fame e a quella della follia per rappresentare il suo modo di concepire la vita professionale. Certo, lo ha fatto in senso metaforico, direte voi. Registriamo però il fatto che per l’occidente, che la fame non ha idea di cosa sia, mentre un miliardo di persone nel mondo ne fa ogni giorno esperienza concreta, di fame si possa parlare come un qualcosa che può essere recuperato, pensato come portatrice di un valore positivo, addirittura strategico nel modo di distinguersi e concepire il business. La mancanza della fame come realtà esperienziale apre a noi la possibilità di dire la fame e di farne un valore. Jobs invita quei ragazzi ad interiorizzare la fame, ad incarnare la fame, ad essere fame.

Quanto alla follia il discorso è diverso. Non so per quale motivo ancora continuiamo ad associare follia e genialità. Premesso che la seconda è per me una parola senza senso, ritengo comunque che la possibilità che una persona abbia di raggiungere obiettivi prestigiosi (a prescindere dal campo nel quale si applica) sia inversamente proporzionale al manifestarsi della follia in quella persona. Credo anzi, ma vi invito a contraddirmi, che si abbia bisogno di tutta la lucidità possibile per conseguire uno scopo e che per sapere individuare strade alternative e soluzioni innovative occorra essere più che radicalmente ancorati al presente e a quella che usiamo chiamare realtà. Ma queste, come dire, sono mie personali e opinabilissime opinioni e so che esistono eccezioni illustri a quanto ho affermato.

Torniamo un attimo alla fortuna di “Stay hungry, stay foolish” lasciando stare fame e follia.  Concentriamoci sul contesto nel quale è stato pronunciato il discorso di Jobs. Non sono un esperto di linguistica, ma tengo per fermo che il contesto nel quale viene formulato un messaggio sia un elemento più che rilevante nella valutazione del messaggio stesso. Il contesto di Jobs era la cerimonia di laurea di Stanford e il destinatario del suo discorso erano ragazzi e ragazze di estrazione medio-alta, che possiamo considerare la futura classe dirigente del paese (almeno per ora) più ricco del mondo.  A costoro Jobs ha detto di aver lasciato l’università perché insoddisfatto, di aver cazzeggiato, fatto scelte irrazionali (folli/antieconomiche) e che sono state queste a rivelarsi poi determinanti nel raggiungimento del suo successo. Ora, ovvio che quello di Jobs è un discorso a posteriori e a posteriori, col risultato in tasca, tutti possiamo costruirci la storia che più ci piace ed enfatizzare un elemento piuttosto che un altro. Quello su cui voglio riflettere, però, è che quel tipo di messaggio (osate, siate affamati, non fermatevi finché non trovate quello che vi piace, comportatevi in maniera folle, siate un sacco choosy) rivolto all’élite americana ha un senso, perché, grossomodo, Jobs si riferisce a un gruppo di persone che hanno avuto tutto dalla vita e che di comportarsi in maniera folle, volendo, considerando il pedigree, se lo possono anche permettere. Le cose stanno diversamente quando quel messaggio viene espunto dal suo contesto e propagandato come un messaggio (modello) universalmente valido. Qui le cose, se mi permettete, cambiano abbastanza. Anche a me, vi assicuro, piacciono le storie delle persone di umili origini che grazie al duro lavoro riescono a modificare il proprio status sociale, ma so anche bene che nella maggioranza dei casi il duro lavoro non basta, perché in molti contesti le opportunità che tu hai sono così scarse che è impossibile che tu possa farcela.

Solitamente quelli che non possono fare loro l’adagio di Jobs sono quelli che non si possono nemmeno permettere i prodotti della Apple (quelli che lavorano nelle loro fabbriche ad esempio). A volte, però, e sempre più spesso, mi capita di osservare il contrario, persone che fanno proprio quel motto e che, se pur non potrebbero, fanno in modo di acquistarli lo stesso. Ecco, vi assicuro che non ce l’ho con nessuno io. Non so bene se siano prodotti migliori quelli della Apple, non ho le competenze per dirlo, e nemmeno mi interessa giudicare chi sente il bisogno di comprarsi quello status symbol piuttosto che un altro come faccio io. Quello che posso dire è che io non voglio pensarmi né come affamato, né come folle perché la fame fa fare cose terribili e la follia non porta da nessuna parte. Quello che voglio dire è che le metafore hanno un profondo potere e che occorrerebbe sempre farci molta attenzione. Posso accettare il dominio di Apple e dei suoi prodotti sul mercato. Quello che non voglio accettare sono invece le loro metafore e il sistema valoriale che indirettamente ci propugnano come universali, perché universali non lo sono neanche per sogno. Insomma, che i ragazzi di Stanford siano pure affamati e folli, sono affari loro. Io preferisco di gran lunga restare umano e tenere gli occhi aperti se posso.

steve jobs

COME VINCERE A RUZZLE

Come vincere a RUZZLE. Istruzioni non necessarie.

Declina tutto, declina sempre, declina anche l’indeclinabile. Questa è la via del successo.

Trovate sempre BRIE, anche se dà pochi punti. Fa stare bene.

STERI, NAA, ARRE, VARRA, RALE, PRAIE, ALO, VERTI, COIRA e tante altre parole non esistono? Sticazzi! Che poi ALO pare sia una variante arcaica di alone. Meglio così.

Inutile che ci provi: RITI e RITO sono ok, ma RITA non vale. Consolati, però, CIRO invece sì ed anche NOEMI, DORA e MARA e tanti altri loro amici. Evidentemente RITA deve esse ‘na rompicojoni da poco.

Hai dubbi sull’esistenza di una parola? Fottitene e declina. Lo ripeto: fottitene e declina!

Vero che non c’è niente di più bello di vincere dopo aver perso i primi due round rimontando al terzo????

Ci sono parole che scatenano punteggi incredibili. Provate TRIVIA.

Se vinci al terzo dopo aver perso i primi due round hai fatto un “UNDER DOG”. Gran figata l’underg dog, pare il nome di una presa di wrestling. UNDER DOG. YEAH!

Il linguaggio di Ruzzle è particolare. Ammette forme arcaiche come PRIA (arcaico per prima), LARE (singolare del più comune lari), parole come GRAMO (non troppo comune anche se piacevole come parola) e tante parole strane come GROSSINE, o COIRA (da coire?), SORO (da sorare?). Ma quello che ho notato è che è al passo coi tempi! Ammette un sacco di sigle e parole fresche di importazione. Esempi? TAC, TAR, CAM, NET, RAP, TV, PIN, SIM, TAG, UT…ma anche ID, IFA, OIL, RAI, OI, AIO, ROI, RAS, BRIE. Volete un consiglio davvero vincente? Declinatele tutte! Sì ci ho messo pure BRIE.

Non c’è niente di più bello di fare un UNDER DOG  a un ragazzino di dieci anni più giovane di te che te le ha suonate nei primi due round.

Ho trovato MAO, CIP, PIO e BRIE. Vi risultano altri versi di animali? Se avete intenzione di contestare BRIE sappiate che io sono un animale e lo dico spesso… lo declino pure a volte.

Mi fa incazzare quando invece trovi una parola che esiste, magari bella lunga pure, e non te la riconosce. Poco fa era impegnato in una partita accesissima e avevo trovato ISOSTRATO! Beh, non me l’ha dato! Mi sono bloccato, urlavo e naturalmente ho perso. Ma vi rendete conto?

TETTA vale. Vale pure MERDA. Col BRIE è da paura.

Altra storia vera. Avevo perso i primi due round (non di poco) con un ragazzino del ’96 con un nick fascistoide. Non ci potevo stare. Così mi sono fatto un Brioschi e gli ho dato giù. Ho trovato parole impossibili, raggiunto un livello di concentrazione che non pensavo di possedere, ma comunque ero sicuro di non farcela. Poi l’ho vista, in un punto pieno di moltiplicatori, l’ho letta, stava lì! La parola era NEGRO! Dopo un attimo di esitazione il mio dito l’ha percorsa sullo schermo! Mi ha detto pure “Bravo!” Ruzzle. Mi ha pure incoraggiato! È stato under dog comunque! Under dog con NEGRO al fascistello del cazzo!

Anche ROM vale, vale ARIANO, vale ARIO, ma non vale SION.

Poi vabbè mi sono anche reso conto che la parola ISOSTRATO non esiste davvero, anche se devo ancora declinarla come dico io… poi magari vi faccio sapere.

p.s. Trovq qui Bucyo, Ethnicity, Over Dog, Smadonnas e tanti altri achievement improbabili di Ruzzle https://tibten.wordpress.com/2013/01/24/ruzzle-premium-improbabili-achievement/

ruzzle