L’alternativa agli F 35 c’è e dipende da te!

 

L’Italia non ha bisogno degli F-35, da molte parti si sente ribadire questa posizione. Abbiamo problemi più seri si sente dire: la crisi, la disoccupazione, le imprese che chiudono. Potremmo spendere quei soldi, sostengono i più, per finanziare il sistema sanitario, quello scolastico, i giardinetti pubblici, rifare di nuovo il look alla statua di Wojtyla a Termini. Tutte cazzate. Il punto è che gli F 35 sono un modo di difendere la patria obsoleto. Il disastro nucleare di Fukushima e i continui avvistamenti alieni fanno pensare che le vere minacce da cui il nostro paese dovrà guardarsi nel prossimo futuro saranno mostri geneticamente modificati come enormi rettili o anfibi (o anche granchi o polpi giganti), navi spaziali o robot alieni, per non parlare di Giuliano Ferrara col rossetto. Per questo occorre dire NO agli F 35, ma sì alla costruzione di un robot nazionale gigantesco che possa davvero salvaguardare la nostra terra. Facciamolo a forma di rigatone, di mandolino, facciamolo tricolore, tatuato, phonato, facciamolo come meglio credete, l’importante è che la gente italica possa guardare a lui come al gigante buono, che i bambini possano sognare di pilotarlo, mentre disegnano suoi ritratti da appendere in classe o sui frigoriferi in casa.

Gli F 35 sono superati, anonimi, scontati, sciatti persino. Certo, l’Italia partecipa al progetto, dunque in parte, una piccola parte, questi robi sono anche nostri. Ma guardatevi quanti sono i paesi che di questo progetto fanno parte, ma soprattutto quanti paesi andranno ad utilizzare questi aerei: Stati Uniti, Inghilterra, Australia, Israele, Belgio, Norvegia, perfino la Turchia e chissà poi quanti se ne aggiungeranno. Se dovesse scoppiare una guerra che facciamo poi? Come riconosciamo i nostri dagli altri? Immaginate che caciara? Capite anche da soli che nun se po’ fa’ no? È come se alla Confederations Cup appena conclusa tutte le squadre fossero scese in campo con la stessa maglia, con la differenza che un giocatore va a venti km/h e gli F 35 a quasi duemila.

Io dico che è ora che l’Italia torni ad essere grande.

Io dico che per essere grandi occorra pensare in grande.

Io sostengo Andrea Iozzo e dico No agli F 35, ma sì, cazzo sì a un Robot Nazionale Gigante che possa prendere tutti a calci nel culo!

E tu? Condividi questo messaggio ovunque puoi se anche tu, come me, credi che un robot gigante sia la risposta che questo paese si merita!

https://www.youtube.com/watch?v=qORYO0atB6g

 

 

 

robot

Non precari, ma Smart!

L’altro giorno ero alla stazione Ostiense di Roma e guardavo Italo, il treno della NTV. Una delle cose che si nota subito guardando Italo è la grandezza delle scritte (bianche) con le quali sono segnalate le diverse carrozze (rosse) in base a quelle che una volta si chiamavamo “classi”. I vari Italo hanno diverse classi, ma fondamentalmente la distinzione principale è tra carrozze Prima e carrozze Smart. Ora è abbastanza semplice disinnescare il lavoro di marketing dietro questa scelta. Non ha senso l’esistenza di una prima se non in relazione ad una seconda (e a una terza magari), così come se esiste una smart automaticamente le altre scelte altrettanto smart non potranno esserlo, pena la perdita totale di senso della smartness originale.

Mentre riflettevo su questa cosa mi son reso conto che Smart è anche il nome della tariffa telefonica del mio SMART-phone (!), tariffa che quasi un anno fa scelsi tra una discreta serie di altre tariffe che, guarda un po’, offrivano maggiori servizi ed erano, guarda ancora un po’ che coincidenza, anche più costose. Ho fatto allora una rapida ricerca in rete e mi son reso conto di quanto diffusa sia la parola Smart nelle varie offerte commerciali di imprese di vario titolo. Fatelo anche voi, ci vuole poco! Troverete offerte smart in ogni dove!

Ho scritto dunque questo post per risollevare quei tanti, come me, che sono sottopagati, che non hanno che ridicoli contratti a tempo, che si trovano come responsabili sul lavoro persone con minori competenze, con minore voglia di fare e, soprattutto, con minore passione e immaginazione.

Carissimi, vi esorto a smetterla di usare il termine precario. Smettiamola con questa parola che altro non fa che dare di noi una rappresentazione negativa. Noi non siamo precari, siamo smart, Ficcatevelo in testa! Vi offrono contratti di merda? Collaborazioni non pagate? Avete due lauree e fate le baby-sitter? Lo stage è senza rimborso spese? Non prendetevela con nessuno, perché voi siete Smart, e se voi siete Smart va da sé che gli altri non possano che essere…..

Alla prossima,

Stefano

smart

LA LEGGE DEL BICCHIERE D’ACQUA

Ogni tanto, è sotto gli occhi di tutti, le persone cadono. No, non sto utilizzando un linguaggio metaforico, sto parlando proprio di quel rapido processo che porta un essere umano ad abbandonare la tanto sudata posizione eretta e schiantarsi al suolo. Passi falsi, scarpe inadeguate, pavimento scivoloso o sconnesso, malori: molteplici possono essere le cause di una caduta. Talvolta questa ha effetti seri, come una frattura, altre volte solo esilaranti, molto spesso uno di questi due elementi non esclude necessariamente l’altro.

Quello di cui vorrei parlare in questo post, però, non riguarda la caduta in senso stretto, quanto, piuttosto la gestione della caduta in un luogo pubblico e quella legge universale che io ho chiamato “la legge del bicchiere d’acqua”. Ma facciamo un esempio pratico che forse rendo meglio l’idea.

Prendiamo una signora che passeggi da sola amorevolmente per strada. Mettiamo che la signora inciampi in una buca e finisca in terra. A questo punto un numero che va dalle tre alle milleduecento persone si radunerà intorno al corpo della signora per soccorrerla e sincerarsi delle sue condizioni. La legge del bicchiere d’acqua stabilisce che a prescindere dal numero delle persone, dalla loro età, livello d’istruzione o classe sociale, ad un certo punto si materializzerà un bicchiere colmo d’acqua che verrà offerto all’inferma. Fateci caso, accade sempre. Spesso non si sa bene nemmeno da dove esca fuori, se da un negozio, dalla borsa di qualcuno oppure direttamente dal cielo, offerto dallo spirito santo. Una volta comparso il bicchiere tutti inviteranno con gli occhi la signora a sorbirne il contenuto, tutti saranno felice alla vista delle sue labbra accostarsi al sacro calice.

Adesso io non sono un medico, all’ allegro chirurgo facevo pena e “Esplorando il corpo umano” mi ha insegnato unicamente a non giudicare le persone in base alla loro barba. Nonostante questo, però, posso affermare con relativa sicurezza che la disidratazione abbia poco a che fare con le cadute a cui solitamente assistiamo. Non c’è nessuna ragione per la quale una vecchietta caduta in terra dovrebbe farsi una sorsata, eppure la legge del bicchiere d’acqua resta inattaccabile. Va da sé che l’acqua qui abbia un valore puramente simbolico. Quel bicchiere è il precipitato materiale della presa in carico da parte degli accorsi. Quel bicchiere significa: “Ecco, ci stiamo prendendo cura di te, lo vedi?”. Rende tangibile, concreto, qualcosa che non lo è, qualcosa che non viene detto e lo cementifica attraverso uno scambio (ti diamo l’acqua per te e tu la bevi per noi) che è quasi cerimoniale. Bello no? Direi di sì. Nonostante questo, ragionavo sul fatto che se dovessi io cadere, se dovessi farmi male e voi foste chiamati a soccorrermi, credo che un Rosso di Montalcino, un Nebbiolo, un Aglianico andranno benissimo lo stesso, specie se accompagnati con un primo importante, formaggi, minestre, affettati vari, dolce e caffè! Non fatevi scrupoli, dovrò rimettermi in forze e se non finisco tutto tranquilli, mi faccio la busta!

P.S. Non dimentichiamoci l’amaro per favore!

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IO FACCIO IL MOONWALK

Circa due mesi fa me ne stavo, come sempre, a Monti, seduto sui gradini della fontana (sapete quale) a sorseggiare birra e vendere droghe sintetiche agli yuppies romani. D’ un tratto (si fa per dire) si palesa davanti a me e alla mia cricca (sì, d’ un tratto c’è anche una cricca) un giovane venditore indiano di paccottiglia (l’utilizzo del termine paccottiglia accostato a giovane venditore indiano non ha ambizioni xenofobe).

Il tale mostra la sua mercanzia con trasporto, al che io gli faccio capire che no, non sono interessato a vendergli droga. Il tipo (o il tale) allora si allontana, raggiunge il centro della piazza (si fa sempre per dire perché al centro ci sta la fontana) e inizia a sbracciare, a saltellare, a emettere tutta una serie di grida che chi conosce come me la cultura indiana sa essere una molto peculiare pratica culturale tesa a richiamare l’attenzione degli astanti.

Poco dopo, quando tutti lo stanno osservando, il tipo fa una cosa: una specie di ballo, o una camminata, qualcosa di sensuale, ipnotico, vagamente evocativo. Mi guardo, incredulo, intorno a me alla ricerca di una spiegazione, di una luce, di un faro. I miei occhi vagano tra la folla fino a quando si imbattono in una piccola figura che, in piedi a pochi metri da me, mi stava osservando. Lo riconosco, è Giancarlo Magalli, il noto show – man che mi appare ogni volta che mi trovo in difficoltà. Giancarlo alza simbolicamente la Moretti che tiene in mano verso di me, sorride, mi strizza l’occhio poi mi fa: ” La parola che cerchi è moonwalk”.

Dopo un momento di smarrimento ringrazio Giancarlo con gli occhi (si fa per dire), mi alzo, lancio le pasticche di droga sulla piazza, generando una specie di rissa tra yuppies e piccioni, poi salgo sui miei rollerblade che avevo legato a due pali lì vicino e filo via verso casa.

Da quella sera stessa ho iniziato a lavorare duro al mio moonwalk (si scrive corsivo solo se a pronunciarlo è Magalli). Non è stato facile, per niente, specie se considerate che il rettilineo più lungo in casa mia misura 84 centimetri, ma posso affermare di esserci riuscito. Altro che pasticche, altro che droga, altro che fontane. Ho trovato il mio posto nel mondo. Marcel Marceau è morto, Michael Jackson è morto, Neil Armstrong pure. Oggi spetta a me portare il moonwalk nel mondo.

Grazie

P.S. Questo post è stato scritto per giustificare l’assenza dell’autore dal blog e per smentire le voci di taluni che volevano questa essere relazionata in qualche modo con i risultati elettorali. Il racconto, ad eccezione della parte in cui vendo droga nel quartiere Monti, della comparsa dell’ambulante indiano, e della mia scelta di imparare il moonwalk è da considerarsi frutto di fantasia. Un ringraziamento particolare va a Giancarlo Magalli che si è prestato in un ruolo non facile e lo ha fatto con l’impegno, l’umiltà e la straordinaria professionalità che lo hanno sempre caratterizzato. Grazie di cuore Giancarlo, alla prossima.

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NON CI SONO PIù I NEONATI DI UNA VOLTA. VIAGGIO NEL MONDO DEI PANNOLINI

Dedico questo post alla “Cardificio italiano SPA”, azienda che produce pannolini e che, nel descrivere le proprietà di “New Born”, un loro pannolino della linea “Paciuchino”, utilizza coraggiosamente la parola “feci”.

Se siete convinti che il politichese (il linguaggio utilizzato dai politici) sia per definizione il linguaggio della finzione, il linguaggio adatto per mischiare le carte e pervertire la realtà, beh, vi invito a fare un giro nel mondo dei pannolini. Troverete infatti sezioni intere dedicate al bagnato, all’asciutto, alla protezione, agli odori, alla sicurezza, al pericolo derivante dalle fuoriuscite: tutte parole o espressioni all’insegna del vago, dell’indeterminatezza. Bagnato di che? protetto da cosa? odore di che? Poi le fuoriuscite, ovunque fuoriuscite, ma di che cosa? mai e poi mai la realtà verrà chiamata per quello che è, al massimo rimbalzeranno termini come pupù e cacchina, termini che non solo sono un must negli spot televisivi e nei siti ufficiali, ma che vengono poi riproposti tali e quali anche tra i tanti forum di mamme e neo-mamme. Un capitolo a parte spetterebbe poi per la pipì da campione evocata in alcuni spot Pampers. Mi piacerebbe molto sapere come valutare tali pipì, oltre quale punto possiamo parlare di campione e non di un banalissimo infante piscettoso da subissare di fischi? Si potrebbe, pensavo, rispettando ovviamente un regolamento, organizzare un campionato?

A parte gli scherzi si imparano molte cose osservando gli spot sui pannolini. Innanzitutto non esistono più i neonati di una volta. Se una volta negli spot il neonato era assolutamente passivo, relegato al ruolo di una specie di porchetta distesa che la testimonial di turno cambiava col sorriso sulle labbra per illustrare la praticità del prodotto, i neonati di adesso negli spot vanni inseguiti. Corrono, saltano, si arrampicano, cadono, vanno in piscina, giocano e predicano la concordia tra le razze… insomma i neonati di oggi hanno l’argento vivo e gli spot (complici le inquadrature dal basso, cioè dal punto di vista del neonato) vi invitano ad entrare nel loro modo di percepire il mondo. Dunque sicuramente ancora convenienza, praticità, affidabilità (ovvero problemi sentiti dai grandi) ma anche libertà e comfort per i bambini impegnati  e per i piccoli esploratori del mondo.

Vi è poi un forte appello al mondo scientifico e al prestigio che evoca. Ricerca, materiali altamente tecnologici, traspirabilità, dati e statistiche sono tutte cose ben evidenti e pubblicizzate a dovere, ma il neonato di oggi è un neonato che soprattutto deve potersi esprimere, che deve piacere, ma che soprattutto deve piacersi. A tal proposito il pantaloncino “Duetto” (una sorta di via di mezzo tra un pannolino usa e getta ed uno lavabile)  è studiato per dare al piccolo di casa un look fashion proprio come la mamma. I modelli “Duetto” vengono infatti aggiornati ogni stagione in base alle mode. Sul loro sito assicurano che con “Duetto” non dovrai più nascondere il tuo piccolo in pannolino, ma invece mostrarlo, anche con un pizzico di vanità, così da renderlo più sicuro sin dalla primissima infanzia. Vedete bene come si sposano qui l’attenzione all’estetica con quella all’indipendenza del bambino, un bambino che sta bene con sé stesso e con gli altri, che non solo non deve vergognarsi di stare in società, ma che grazie a Duetto impara a starci sin dai primissimi rigurgiti. Un bambino sicuro, fiero, che gattona a testa alta.

Ovviamente Duetto è un caso limite, ma nonostante questo indicativo di come il fuoco, l’attenzione, si stia lentamente spostando verso il comfort e le esigenze dell’utilizzatore finale e non più solo su quelle dei genitori (anche se poi sono loro il target da convincere perché son loro a pagare). I “Little Walkers” di Pampers ad esempio sono pensati per poter cambiare il bambino mentre è in piedi e con la massima facilità. Altro che porchetta sul fasciatoio. Il cambio del pannolino va fatto rapido tipo pit-stop in formula uno. La mamma o il papà arrivano, cambiano e poi PUF! spariscono. Così il bambino può continuare a intrattenere gli ospiti.

All’insegna delle esigenze del bambino è poi quella genialata di operazione commerciale che risponde al nome di mutandina-pannolino. Facili e pratici da indossare questi prodotti (sicuri come un pannolino ma pratici come uno slip) sono studiati per assistere i bambini nella fase in cui iniziano ad usare il vasino. Di fatto si sono inventati un prodotto il cui scopo sarebbe quello di “dire addio al pannolino”. Una sorta di pannolino di transizione.

A proposito di sviluppo, come non menzionare i presunti disegni educativi che si trovano sui “Pull Ups” di Huggies. Io onestamente non vedo cosa ci possa essere di educativo in un disegno su un pannolino. Se consideriamo poi che i disegni in questione sono tratti dal film “Cars 2” nel caso dei bambini (pannolino blu), mentre per le bambine si ritroveranno le “Principesse Disney”( su pannolino rosa), mi sembra che più che educazione qui vi sia la solita riproposizione di assurdi stereotipi di genere. Ma qui mi fermo, perché si aprirebbe un mondo parlando di questioni di genere e articoli per l’infanzia.

Ma vi è dell’altro sui “Pull Ups”. Huggies fa infatti notare che questi disegni spariscono nel caso il bambino abbia fatto pipì. Mi viene da pensare che risieda in questo la funzione educativa del pannolino, specie considerando che “Pull Ups” è uno di quei pannolini di transizione verso il vasino. Chissà, che qualcuno mi illumini. Non so a voi, ma a me sembra una pensata davvero crudele questa cosa del disegno che sparisce.

Infine, un plauso alla Huggies (o a chi per loro) ha coniato lo slogan per la linea dei pannolini “Little Swimmers”, una linea di pannolini ideati per la piscina. Lo slogan in questione è “TANTI SPLASH, NESSUN PLOF!”. Davvero mi sento di alzare il cappello davanti a cotanta finezza ed estro. Non vedo l’ora davvero di diventare padre.

Buon PLOF a tutte/i.

Alla prossima.

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E ALLORA TANGO! QUELLO CHE DEVI SAPERE SUL PAPA

Dopo una giornata intensissima nella quale tutti i media del mondo non hanno parlato di altro che di un gabbiano è stato eletto il nuovo Papa, l’argentino Jorge Maria Bergoglio, in arte Francesco I.

Una folla nutrita ha atteso per ore sotto gli ombrelli la fumata bianca in Piazza San Pietro. Sotto gli ombrelli già, quando i gabbiani cagano non scherzano.

Moltissimi i curiosi e i fedeli presenti in piazza. Moltissimi anche i turisti, desiderosi di partecipare a questo evento prima di lasciare la città, tra questi ultimi segnaliamo Gianni Alemanno.

Gaffe di Mariano Crociata, segretario generale della CEI, che ha inviato ai giornalisti un comunicato stampa nel quale si congratulava per l’elezione del cardinale Angelo Scola come nuovo pontefice. Per qualche momento abbiamo dunque avuto tre papi: Ratzinger, Scola e Bergoglio. “Parliamone” questo pare sia il messaggio giunto alla CEI poco dopo dal comune di Avignone.

In realtà un po’ tutti si aspettavano l’elezione di Scola, probabilmente anche Scola, il successore praticamente designato dallo stesso Ratzinger. Non riesco ad immaginare come quei due a casa troveranno il coraggio di dirlo ai bambini.

“Me ne sono dovuto andare perché non riuscivo a tollerare quello schifo. Quella gente falsa, esaltata. Sono un tipo semplice io, che ama la pulizia e la tranquillità.” Questa invece la dichiarazione del gabbiano una volta tornato a Malagrotta.

Il nuovo Papa ha invece subito scherzato nel suo discorso di presentazione dicendo che i cardinali lo sarebbero andato a pescare “alla fine del mondo”, facendo così subito allusione alle sue origini italiane.

Bergoglio è stato il primo papa a scegliere il nome di Francesco. Assume il nome dunque di Francesco I, Francesco primo, anche se questa necessità di specificare mi sembra indice di un immotivato ottimismo.

Nonostante i modi semplici e il richiamo al santo d’Assisi quasi subito, però, sono iniziate le critiche verso il nuovo pontefice. Alcuni gli rimproverano la collusione con la dittatura Argentina, altri l’opposizione ai matrimoni gay, molti di questi raffinati critici ritengono comunque improbabile che il nuovo papa legalizzi la marijuana.

Il giorno dopo l’elezione il nuovo papa, contro tutti i protocolli, si è personalmente recato alla basilica di Santa Maria Maggiore per ringraziare la Madonna. “Nessuno si aspettava questa visita”, così ha dichiarato la Madonna ai microfoni dei giornalisti.

Francesco I ha fatti i suoi spostamenti per Roma in pullman insieme ai cardinali. Beh, dopotutto l’elicottero ce l’ha Ratzinger a Castel Gandolfo.

Ieri, intanto, in Piazza San Pietro c’è stato il primo Angelus del nuovo pontefice. Erano presenti 150000 persone secondo il Vaticano, 300000 invece secondo il Comune di Roma, che usa includere anche le mogli.

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LA GUERRA DEI MONDI

Tortelli Buitoni al brasato, lasagne all’emiliana Star, polpette Ikea, Gran Ragù Star: migliaia e migliaia di tonnellate di prodotti alimentari sequestrati o distrutti e, mentre scrivo questo post, controlli frenetici sono ancora in corso da parte degli enti preposti. Ma noi di Tibten non abbiamo bisogno di attendere i risultati di questi test. È chiaro come il sole, i segnali che si sono ripetuti in queste ultime settimane sono fin troppo evidenti ed indicano inequivocabilmente una cosa: i cavalli hanno finalmente sferrato la loro offensiva contro la razza umana.

Da millenni i cavalli vivono subordinati all’uomo. Tradizionalmente essi venivano  addomesticati come strumento per l’agricoltura e per il trasporto di cose o persone, ma col passare del tempo abbiamo finito per abusare della nostra posizione adoperandoli per una infinità di scopi, molti dei quali lesivi della loro dignità. Li abbiamo vestiti, corazzati, profumati, pettinati con trecce alla raperonzolo, phonati e piastrati, gli abbiamo applicato nastrini colorati, li abbiamo bendati, frustati, speronati, bastonati, tatuati, gli abbiamo parlato, urlato, fischiato, sussurrato, sparato, utilizzati in fiere e gare, in video musicali, nella pubblicità delle caramelle, in film con Kevin Costner, in film senza Kevin Costner, in film prodotti da Kevin Costner, in filmini con bionde seminude che intrallazzano i cavalli comprati poi da vecchi pervertiti che li nascondono in casa nelle custodie dei film con Kevin Costner. E poi ovviamente non è che non ce li siamo pappati i cavalli, in tutti i modi e in tutte le salse ce li siamo pappati, sperimentando ricette e abbinamenti atti a mostrare il nostro estro a parenti ed amici. Ma, peggio ancora, noi ai cavalli abbiamo imposto la peggior forma di umiliazione possibile, una forma di umiliazione pubblica, rituale, crudele e, soprattutto, fine a sé stessa. Sì, sto ovviamente parlando del dressage.

Non dobbiamo dunque meravigliarci del fatto che i cavalli abbiano iniziato a prenderci le misure, a confondersi alle altre specie animali approfittando di questo periodo di crisi per lanciare il loro attacco. Un attacco ben studiato tra l’altro. Pervertendo quei prodotti altamente simbolici (come le polpette Ikea) prodotti intorno ai quali costruiamo il nostro senso di identità e cementifichiamo i legami sociali, i cavalli minano direttamente i nostri valori e le nostre tradizioni, consapevoli che un popolo senza identità e senza memoria è un popolo fragile, smarrito e dunque più facile da assoggettare.

La minaccia, ragazzi, è concreta e noi non siamo assolutamente pronti per affrontarla. In Francia, Hollande, in soli 56 giorni di governo ha fatto alzare palizzate e fossati intorno alle maggiori città, istituito la giornata dell’odio equino, abolito le auto blu e con i soldi risparmiati (345mln di euro) ha assunto 2650 giovani scienziati disoccupati che andranno a formare la prima linea di un esercito di difesa nazionale armato di forconi e vestito da cow-boy. Questo ha fatto Hollande (fatti non parole) in soli 56 giorni!

E in Italia? In Italia il papa si è dato e i politici sembra non stiano facendo altro che cercare un accordo con i cavalli, un accordo odioso e contro il popolo che altro non serve a difendere i privilegi della casta. Dobbiamo prenderli a calci nel culo questi vecchi politicanti. Adesso che le strade e le piazze non fortificate sono a rischio, per via delle scorribande dei cavalli, LA RETE rappresenta, oggi più che mai, il vero strumento per costruire un mondo diverso. La rete, con buona pace dei poveracci che non si possono permettere un pc, è il vero strumento democratico, universale, orizzontale, libero dagli interessi dei poteri forti: il vero strumento di emancipazione e l’unica arma che abbiamo contro i cavalli, almeno fino a quando Pdl e Pd meno L con i rimborsi elettorali non finanzieranno tastiere abbastanza grandi da poter essere utilizzate con gli zoccoli. Forza ragazzi, teniamo gli occhi aperti. Basta con le code di cavallo! Ci vediamo all’ippodromo…e sarà un piacere!

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SIAMO AFFAMATI? SIAMO FOLLI?

2005. Febbraio del 2005 per la precisione. Steve Jobs, in qualità di CEO di Apple, viene chiamato a fare un discorso ai neolaureati presso l’università di Stanford, California. Nel suo discorso parla di sé, della sua esperienza universitaria e lavorativa, ma anche della sua vita privata, della malattia, della morte e dell’idea di essa chiudendo il tutto rivelando ai giovani che lo ascoltano l’adagio che ha ispirato il suo modo di intendere la vita professionale. L’adagio era: “Stay hungry, Stay foolish”.

Non so se quei ragazzi a Stanford lo abbiano fatto proprio, come gli suggeriva Steve, ma so che tanti altri ragazzi, milioni di ragazzi, in America, in Europa e nel resto del mondo ricco ritengono Jobs un modello (quantomeno come figura professionale) e so che almeno il 20% dei miei amici, in occasione della sua morte, ha scritto quell’adagio nel proprio status di Facebook. Immagino che nessuno avrà da ridire se affermo che quello slogan (diventato poi un tutt’uno con Jobs) sia attualmente uno dei più conosciuti e citati al mondo.

Non è qui che voglio andare a parare però. Non è che gli effetti della globalizzazione e dei media li abbiamo scoperti con la morte di Steve Jobs. Quello che mi interessa è un’altra cosa. Partiamo dal linguaggio.

“Siate affamati, siate folli” contiene due metafore che ruotano intorno alla fame – una sensazione che si prova in seguito al digiuno – e alla follia – esperienza difficilmente definibile, ma che ha a che fare con la salute, con il disagio, talvolta con uno stigma sociale, spesso con una profonda sofferenza. Non so voi, ma io trovo molto singolare il fatto che uno degli uomini più ricchi del mondo, parlando in una delle università più prestigiose del pianeta, abbia attinto all’esperienza della fame e a quella della follia per rappresentare il suo modo di concepire la vita professionale. Certo, lo ha fatto in senso metaforico, direte voi. Registriamo però il fatto che per l’occidente, che la fame non ha idea di cosa sia, mentre un miliardo di persone nel mondo ne fa ogni giorno esperienza concreta, di fame si possa parlare come un qualcosa che può essere recuperato, pensato come portatrice di un valore positivo, addirittura strategico nel modo di distinguersi e concepire il business. La mancanza della fame come realtà esperienziale apre a noi la possibilità di dire la fame e di farne un valore. Jobs invita quei ragazzi ad interiorizzare la fame, ad incarnare la fame, ad essere fame.

Quanto alla follia il discorso è diverso. Non so per quale motivo ancora continuiamo ad associare follia e genialità. Premesso che la seconda è per me una parola senza senso, ritengo comunque che la possibilità che una persona abbia di raggiungere obiettivi prestigiosi (a prescindere dal campo nel quale si applica) sia inversamente proporzionale al manifestarsi della follia in quella persona. Credo anzi, ma vi invito a contraddirmi, che si abbia bisogno di tutta la lucidità possibile per conseguire uno scopo e che per sapere individuare strade alternative e soluzioni innovative occorra essere più che radicalmente ancorati al presente e a quella che usiamo chiamare realtà. Ma queste, come dire, sono mie personali e opinabilissime opinioni e so che esistono eccezioni illustri a quanto ho affermato.

Torniamo un attimo alla fortuna di “Stay hungry, stay foolish” lasciando stare fame e follia.  Concentriamoci sul contesto nel quale è stato pronunciato il discorso di Jobs. Non sono un esperto di linguistica, ma tengo per fermo che il contesto nel quale viene formulato un messaggio sia un elemento più che rilevante nella valutazione del messaggio stesso. Il contesto di Jobs era la cerimonia di laurea di Stanford e il destinatario del suo discorso erano ragazzi e ragazze di estrazione medio-alta, che possiamo considerare la futura classe dirigente del paese (almeno per ora) più ricco del mondo.  A costoro Jobs ha detto di aver lasciato l’università perché insoddisfatto, di aver cazzeggiato, fatto scelte irrazionali (folli/antieconomiche) e che sono state queste a rivelarsi poi determinanti nel raggiungimento del suo successo. Ora, ovvio che quello di Jobs è un discorso a posteriori e a posteriori, col risultato in tasca, tutti possiamo costruirci la storia che più ci piace ed enfatizzare un elemento piuttosto che un altro. Quello su cui voglio riflettere, però, è che quel tipo di messaggio (osate, siate affamati, non fermatevi finché non trovate quello che vi piace, comportatevi in maniera folle, siate un sacco choosy) rivolto all’élite americana ha un senso, perché, grossomodo, Jobs si riferisce a un gruppo di persone che hanno avuto tutto dalla vita e che di comportarsi in maniera folle, volendo, considerando il pedigree, se lo possono anche permettere. Le cose stanno diversamente quando quel messaggio viene espunto dal suo contesto e propagandato come un messaggio (modello) universalmente valido. Qui le cose, se mi permettete, cambiano abbastanza. Anche a me, vi assicuro, piacciono le storie delle persone di umili origini che grazie al duro lavoro riescono a modificare il proprio status sociale, ma so anche bene che nella maggioranza dei casi il duro lavoro non basta, perché in molti contesti le opportunità che tu hai sono così scarse che è impossibile che tu possa farcela.

Solitamente quelli che non possono fare loro l’adagio di Jobs sono quelli che non si possono nemmeno permettere i prodotti della Apple (quelli che lavorano nelle loro fabbriche ad esempio). A volte, però, e sempre più spesso, mi capita di osservare il contrario, persone che fanno proprio quel motto e che, se pur non potrebbero, fanno in modo di acquistarli lo stesso. Ecco, vi assicuro che non ce l’ho con nessuno io. Non so bene se siano prodotti migliori quelli della Apple, non ho le competenze per dirlo, e nemmeno mi interessa giudicare chi sente il bisogno di comprarsi quello status symbol piuttosto che un altro come faccio io. Quello che posso dire è che io non voglio pensarmi né come affamato, né come folle perché la fame fa fare cose terribili e la follia non porta da nessuna parte. Quello che voglio dire è che le metafore hanno un profondo potere e che occorrerebbe sempre farci molta attenzione. Posso accettare il dominio di Apple e dei suoi prodotti sul mercato. Quello che non voglio accettare sono invece le loro metafore e il sistema valoriale che indirettamente ci propugnano come universali, perché universali non lo sono neanche per sogno. Insomma, che i ragazzi di Stanford siano pure affamati e folli, sono affari loro. Io preferisco di gran lunga restare umano e tenere gli occhi aperti se posso.

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COME VINCERE A RUZZLE

Come vincere a RUZZLE. Istruzioni non necessarie.

Declina tutto, declina sempre, declina anche l’indeclinabile. Questa è la via del successo.

Trovate sempre BRIE, anche se dà pochi punti. Fa stare bene.

STERI, NAA, ARRE, VARRA, RALE, PRAIE, ALO, VERTI, COIRA e tante altre parole non esistono? Sticazzi! Che poi ALO pare sia una variante arcaica di alone. Meglio così.

Inutile che ci provi: RITI e RITO sono ok, ma RITA non vale. Consolati, però, CIRO invece sì ed anche NOEMI, DORA e MARA e tanti altri loro amici. Evidentemente RITA deve esse ‘na rompicojoni da poco.

Hai dubbi sull’esistenza di una parola? Fottitene e declina. Lo ripeto: fottitene e declina!

Vero che non c’è niente di più bello di vincere dopo aver perso i primi due round rimontando al terzo????

Ci sono parole che scatenano punteggi incredibili. Provate TRIVIA.

Se vinci al terzo dopo aver perso i primi due round hai fatto un “UNDER DOG”. Gran figata l’underg dog, pare il nome di una presa di wrestling. UNDER DOG. YEAH!

Il linguaggio di Ruzzle è particolare. Ammette forme arcaiche come PRIA (arcaico per prima), LARE (singolare del più comune lari), parole come GRAMO (non troppo comune anche se piacevole come parola) e tante parole strane come GROSSINE, o COIRA (da coire?), SORO (da sorare?). Ma quello che ho notato è che è al passo coi tempi! Ammette un sacco di sigle e parole fresche di importazione. Esempi? TAC, TAR, CAM, NET, RAP, TV, PIN, SIM, TAG, UT…ma anche ID, IFA, OIL, RAI, OI, AIO, ROI, RAS, BRIE. Volete un consiglio davvero vincente? Declinatele tutte! Sì ci ho messo pure BRIE.

Non c’è niente di più bello di fare un UNDER DOG  a un ragazzino di dieci anni più giovane di te che te le ha suonate nei primi due round.

Ho trovato MAO, CIP, PIO e BRIE. Vi risultano altri versi di animali? Se avete intenzione di contestare BRIE sappiate che io sono un animale e lo dico spesso… lo declino pure a volte.

Mi fa incazzare quando invece trovi una parola che esiste, magari bella lunga pure, e non te la riconosce. Poco fa era impegnato in una partita accesissima e avevo trovato ISOSTRATO! Beh, non me l’ha dato! Mi sono bloccato, urlavo e naturalmente ho perso. Ma vi rendete conto?

TETTA vale. Vale pure MERDA. Col BRIE è da paura.

Altra storia vera. Avevo perso i primi due round (non di poco) con un ragazzino del ’96 con un nick fascistoide. Non ci potevo stare. Così mi sono fatto un Brioschi e gli ho dato giù. Ho trovato parole impossibili, raggiunto un livello di concentrazione che non pensavo di possedere, ma comunque ero sicuro di non farcela. Poi l’ho vista, in un punto pieno di moltiplicatori, l’ho letta, stava lì! La parola era NEGRO! Dopo un attimo di esitazione il mio dito l’ha percorsa sullo schermo! Mi ha detto pure “Bravo!” Ruzzle. Mi ha pure incoraggiato! È stato under dog comunque! Under dog con NEGRO al fascistello del cazzo!

Anche ROM vale, vale ARIANO, vale ARIO, ma non vale SION.

Poi vabbè mi sono anche reso conto che la parola ISOSTRATO non esiste davvero, anche se devo ancora declinarla come dico io… poi magari vi faccio sapere.

p.s. Trovq qui Bucyo, Ethnicity, Over Dog, Smadonnas e tanti altri achievement improbabili di Ruzzle https://tibten.wordpress.com/2013/01/24/ruzzle-premium-improbabili-achievement/

ruzzle

Il favoloso mondo dei dentifrici.

“Durante una spedizione nell’Artico alcuni scienziati notarono che le popolazioni della zona avevano denti straordinariamente bianchi e sani. La loro unica attività di igiene orale consisteva nello sfregarsi i denti con un lichene che cresceva in abbondanza a quelle latitudini […] A partire da questa osservazione, i ricercatori italiani studiarono e isolarono le componenti attive contenute nel lichene artico, e grazie all’impiego di tali estratti, BlanX creò un dentifricio unico per efficacia e protezione”

Molte domande mi verrebbero da fare leggendo questa storia che potete trovare sul sito della Blanx. Ad esempio, chi erano mai questi scienziati? Quando prese vita la loro spedizione? Da quanti membri era composta? Cosa cercavano? Dove di preciso? (Domanda mica futile considerando l’estensione dei territori artici). E poi, quali erano mai queste popolazioni incontrate? Ma una domanda su tutte mi pongo: perché mai la Blanx ha pagato dei ricercatori italiani per creare un prodotto pastoso e schiaffarlo in un tubetto, quando pare che questi licheni andassero da paura già così come erano? Non potevano importarli e basta? Farli crescere e distribuirli? Bah…

Molte altre domande sorgono spontanee andandosi a spulciare i siti internet delle aziende produttrici di dentifrici. Una delle cose che noto spesso sono le percentuali di efficacia nell’igiene orale che ogni nuovo prodotto lanciato sul mercato è in grado di fornire. Anche qui, tenendo fermo che credo ciecamente alle verità dei testimonial in camice bianco alla tv, quello che mi chiedo è: se ogni anno, per tenerci bassi, mi viene garantito mettiamo il 15% di efficacia in più rispetto al vecchio dentifricio, quando io avevo 6 anni, dunque 22 anni fa, invece di seguire le indicazioni dei miei genitori ed utilizzare un dentifricio, che rispetto a quelli attualmente in commercio aveva il 330% circa di efficacia in meno, non era uguale se mi strofinavo i denti su un cane bagnato?

Le domande senza risposta, ahimè, non finiscono certo qui. Mi spieghi la Elmex cosa intende quando scrive che I bambini piccoli dovrebbero lavare i denti con uno speciale spazzolino educativo”. Cioè??? Cosa cazzo intendono conspeciale spazzolino educativo?” È uno spazzolino con degli speciali raschietti che se per caso il pupo mi sbaglia l’inclinazione della spazzolata gli scortica le gengive? Illuminatemi per favore!

Ma andiamo avanti e passiamo a Colgate, azienda che non ha bisogno di presentazioni. Dal sito risultano 20 dentifrici in commercio, ma quello che vi consiglio caldamente di fare è un tour a “l’istituto alito fresco”. Non sto scherzando eh! Esiste davvero. Mi immagino quanto sia gratificante lavorarci, anche se credo che io non supererei mai l’angoscia di dover affrontare la selezione per ottenere quel posto!

Ecco ora il turno di Paradontax, sì, proprio quello che devi usare “se ti capita di vedere del sangue mentre ti lavi i denti”, ragione per cui io da un po’ mi lavo i denti al buio. Bene, Paradontax distribuisce solo due tipi di dentifricio, ma forse, uno poteva anche bastare, se consideriamo che contiene fino al 70% di ingredienti specifici. Già, fino al 70%. Poi uno si chiede, e il restante 30% di ingredienti non specifici??? Li hanno scelti a cazzo di cane? Tipo…”uhm…aspetta un attimo…. vedo cosa c’è rimasto in frigo e ti dico!”

Passiamo ora ad un’altra azienda stranota: Mentadent. Come Colgate ha 20 tipi di dentifrici in vendita (due per bambini ed uno per anziani) ed uno di questi dentifrici, ci tengono a dire, è ispirato al filo interdentale (?). Lascio a voi scoprire quale! Hanno anche una linea Sensitive, per gengive sensibili e, guarda caso, il colore delle confezioni è… rosa (SIC!). Permettetemi di segnalarvi anche Mentadent “NUTRI ACTIV”, l’unico dentifricio che “nutre le tue gengive” e, di conseguenza, immagino, anche l’unico dentifricio al mondo che è consigliabile usare PRIMA dei pasti. Quello che, però, più mi colpisce nella descrizione dei prodotti Mentadent (tutti con la propria scheda tecnica tipo i giocatori di FIFA) è che ognuno di questi dentifrici vanta una formula esclusiva o qualche innovativa tecnologia frutto di anni di ricerche in laboratorio da parte degli scienziati Mentadent. Ora facciamo a capirci, io non ce l’ho con Mentadent, per carità, affatto! Mi piace una cifra dare quei morsi prepotenti alle mele verdi! Sono inoltre per il progresso, per la tecnologia, per i microchip su cani, tacchini, granchi, insetti stecco e tutto il resto. Solo che poi vado al supermercato,  trovo le zucchine romane a 4 euro al kg e…e a quel punto qualcosa non mi torna! Cioè, ma se per la metà posso portarmi a casa un prodotto super tecnologico frutto di anni di sanguinose ricerche condotte da gente che ha passato metà della propria vita tra libri e microscopi, possibile che le zucchine le devo pagà il doppio? Chi è che mi sta coglionando?

E’ il turno di un’azienda italiana, Antica Erboristeria. 11 dentifrici per loro, niente male no? Qui mi urge segnalarvi le “risapute” proprietà rinfrescanti del dentifricio “Totale”. Risapute, sì, dopotutto è un’azienda italiana! “Totale”, comunque, oltre alle sue risapute proprietà vanta anche il 99% in meno di crescita batterica. Mica cazzi! Però poi entri facilmente in confusione quando un altro loro dentifricio, “Microgranuli”, ti promette denti due volte più puliti e tu ti chiedi: ”ma se con quell’altro sono arrivato al 99%…. come fa a questo ad essere il doppio?” Pazienza! Passiamo alla freschezza, argomento molto dibattuto tra i professionisti dell’igiene orale. Il dentifricio “Purifica” di Antica Erboristeria vi assicura 12h di freschezza! Poi però badate bene che sono cazzi vostri! Fate i calcoli la mattina quando state per uscire per scongiurare, allo scadere delle 12h, il famigerato “effetto Cenerentola”, quando la vostra bocca, la cui freschezza era stata magari l’anima della festa, inizierà a sapere di fogna, così, di colpo, da un momento all’altro. Nel dubbio, comunque, “Fresco polare”, sempre di Antica Erboristeria, per lo stesso prezzo, vi garantisce ben 16h di freschezza, 4 ore in più! Dunque fate i vostri calcoli. Nel dubbio potete mettere sullo spazzolino un po’ di “Purifica” e un po’ di “Fresco Polare”, dovrebbero fare 14h di freschezza! Oppure se vi salta l’aperitivo e alle nove di sera siete già a letto e temete di ibernare il vostro partner con la freschezza della vostra bocca che ne ha ancora per ore, fate una cosa: mangiatevi per cena tre kebab pieni di cipolla o una bel kilo di pasta all’aglio (ma bella carica eh!) e vedrete che il vostro partner vi sarà riconoscente! Un problema simile vi può capitare in casa Antica Erboristeria per quanto riguarda il bianco dei denti. Anche qui, alla stessa cifra, con “Sbiancante” avrete denti bianchi dopo dieci giorni, mentre con “Bianco Express” subito, immediatamente. Sta a voi decidere insomma…

Ma passiamo finalmente all’azienda che ha ispirato questo post e che vorrei qui pubblicamente ringraziare: Aquafresh. Ora dovete sapere che ogni azienda ha il suo pallino, quell’argomento dove insiste continuamente. Beh, Aquafresh ha il pallino della famiglia, della protezione della famiglia, della protezione dell’igiene orale di tutta la famiglia. Non so che tipo di famiglia Aquafresh abbia in mente. Se siano aperti alle coppie di fatto, alle coppie omosessuali, se abbiano come modello i Robinson delle prime serie o se si ispirino ad un modello rigidamente cristiano come Pierferdinando Casini, un modello basato su edilizia e facce da culo. Fatto sta che la loro attenzione alla famiglia è quanto mai sospetta. Poi non capisco, ma basta che lo usa uno e automaticamente la protezione si estende agli altri componenti? Se sì, funziona anche a distanza? Se sì, ancora, fino a che distanza si estende la protezione? I nonni sono inclusi? E i cugini acquisiti? Ma veniamo alle vere chicche di Aquafresh: alla loro capacità persuasiva. Ecco una delle perle del loro sito: Nessuno te lo ha mai detto, ma quando ti lavi i denti pulisci solo il 30% di ogni dente. Come mai? Perchè il restante 70% è sotto la gengiva”. Ma grazie al cazzo ti verrebbe da dire, così, su due piedi. Che significa ‘sta stronzata della gengiva? Mi verrebbe da chiedergli: ma voi di Aquafresh lo sapete che quando vi lavate il culo pulite solo l’1% di un intestino lungo 7 metri e zozzo di merda come poche cose? No? Non lo sapevate? Nessuno ve lo aveva detto? Ecco ve lo dico io e vi ci aggiungo pure un bel vaffanculo con tutto, ma proprio tutto il cuore! Ma questo, credetemi, sarebbe il minimo, perché nella pagina successiva Aquafresh, spudoratamente ci rifà asserendo che “il 40% della superficie dei denti è nascosta tra un dente e l’altro. No, niente insulti. Qui occorre ragionare, perché c’è qualcosa che non torna! Già, perché se teniamo per buono che il 70% del dente è sotto la gengiva mentre il 40% è nascosto tra dente e dente… mi spiegate adesso io cosa dovrei spazzolare? Di cosa dovrei preoccuparmi? Adesso sì che mi viene da pensare che quelli di Parodontax abbiano ragione. Grazie al cazzo che vedi sangue, te stai a martorià la bocca alla ricerca di qualcosa che non esiste!!!Ora capisco quando si dice che il mal di denti è uno di quei dolori che dà alla testa….te credo…è una questione di immaginazione! Un ultima segnalazione, prima di abbandonare, a malincore, la famiglia Aquafresh e la loro epistemologia rivoluzionaria per parlarvi del dentifricio “Supreme” che “controlla l’accumulo di placca uccidendo i batteri sul bordo gengivale”. Ci tenevo a condividere la violenza di questa immagine, il gusto macabro di “Supreme” (che richiama nel nome anche un certo immaginario nazional-socialista) e che vi dice non solo che ucciderà i batteri, così, senza pietà, ma vi dice anche dove li ammazzerà, sul bordo gengivale, sommariamente, senza processo, senza un perché, mentre stanno in bilico paciosi a giocare sulla gengiva e non se lo aspettano… come si fa, mi chiedo, a non solidarizzare con i batteri? Forza ragazzi, siamo con voi! Hasta la victoria siempre!

http://www.youtube.com/watch?v=F4ry_w0260E

Dulcis in fundo AZ, che ovviamente non poteva mancare in questa rassegna. In onore di questa grandissima azienda ho postato qui sopra anche una loro vecchia pubblicità degli anni ‘90, nella quale vi dimostrano come proteggere i vostri denti dall’attacco del fascismo sotto forma di croci celtiche. Guardatelo con attenzione. A me ha fatto morire quando si vede la tipa che schiaccia un bottone tipo fortezza delle scienze del grande Mazinga. Non è casuale. L’immaginario dei dentifrici, ma in particolare quello di AZ, è tutto racchiuso in quel dito sul pulsante. È il mondo della scienza, del progresso, della tecnologia, dell’intervento dell’uomo sul corso della natura, dell’uomo che la analizza, la osserva, la piega e la controlla. In questo le pubblicità AZ stanno avanti a tutti, altro che la sicurezza famigliare di Aquafresh, altro che l’ansia del sangue di Parodotax! Scienza, progresso, bottoni da schiacciare, un cazzo di dentifricio che ti porteresti nello spazio è AZ! Non a caso i nomi dei loro prodotti sono tutti determinatissimi, al passo coi tempi, cazzuti. Ad esempio prendiamo “AZ 3D White Shock”, che già a dirlo tutto d’un fiato mi viene duro. Questo portento della scienza rimuove fino all’80% delle macchie superficiali. AZ però si cautela e ci spiega che sta parlando delle macchie raggiungibili dallo spazzolino. Grazie a Dio, ma soprattutto grazie ad Aquafresh, noi sappiamo che la superficie irraggiungibile del dente è pari al 110%. Sulla restante parte raggiungibile (fate voi il conto a me viene -10% ma io sono una pippa in matematica) “AZ 3D White Shock” (l’ho dovuto riscrivere perché anche da scrivere è un’esperienza fantastica) è in grado di eliminare fino all’80% di macchie. Certo, direte voi, restano quel 20% di macchie presenti su quel -10% di superficie del dente e io proprio domani ho il colloquio per lavorare all’istituto alito fresco. Per questo “AZ 3D White Shock” (volevo vedere che effetto faceva grassettato corsivo) non può farci niente temo, ma volete mettere lavarvi i denti con gli occhialetti 3D? Tutta un’altra storia….

mela