L’alternativa agli F 35 c’è e dipende da te!

 

L’Italia non ha bisogno degli F-35, da molte parti si sente ribadire questa posizione. Abbiamo problemi più seri si sente dire: la crisi, la disoccupazione, le imprese che chiudono. Potremmo spendere quei soldi, sostengono i più, per finanziare il sistema sanitario, quello scolastico, i giardinetti pubblici, rifare di nuovo il look alla statua di Wojtyla a Termini. Tutte cazzate. Il punto è che gli F 35 sono un modo di difendere la patria obsoleto. Il disastro nucleare di Fukushima e i continui avvistamenti alieni fanno pensare che le vere minacce da cui il nostro paese dovrà guardarsi nel prossimo futuro saranno mostri geneticamente modificati come enormi rettili o anfibi (o anche granchi o polpi giganti), navi spaziali o robot alieni, per non parlare di Giuliano Ferrara col rossetto. Per questo occorre dire NO agli F 35, ma sì alla costruzione di un robot nazionale gigantesco che possa davvero salvaguardare la nostra terra. Facciamolo a forma di rigatone, di mandolino, facciamolo tricolore, tatuato, phonato, facciamolo come meglio credete, l’importante è che la gente italica possa guardare a lui come al gigante buono, che i bambini possano sognare di pilotarlo, mentre disegnano suoi ritratti da appendere in classe o sui frigoriferi in casa.

Gli F 35 sono superati, anonimi, scontati, sciatti persino. Certo, l’Italia partecipa al progetto, dunque in parte, una piccola parte, questi robi sono anche nostri. Ma guardatevi quanti sono i paesi che di questo progetto fanno parte, ma soprattutto quanti paesi andranno ad utilizzare questi aerei: Stati Uniti, Inghilterra, Australia, Israele, Belgio, Norvegia, perfino la Turchia e chissà poi quanti se ne aggiungeranno. Se dovesse scoppiare una guerra che facciamo poi? Come riconosciamo i nostri dagli altri? Immaginate che caciara? Capite anche da soli che nun se po’ fa’ no? È come se alla Confederations Cup appena conclusa tutte le squadre fossero scese in campo con la stessa maglia, con la differenza che un giocatore va a venti km/h e gli F 35 a quasi duemila.

Io dico che è ora che l’Italia torni ad essere grande.

Io dico che per essere grandi occorra pensare in grande.

Io sostengo Andrea Iozzo e dico No agli F 35, ma sì, cazzo sì a un Robot Nazionale Gigante che possa prendere tutti a calci nel culo!

E tu? Condividi questo messaggio ovunque puoi se anche tu, come me, credi che un robot gigante sia la risposta che questo paese si merita!

https://www.youtube.com/watch?v=qORYO0atB6g

 

 

 

robot

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SIAMO AFFAMATI? SIAMO FOLLI?

2005. Febbraio del 2005 per la precisione. Steve Jobs, in qualità di CEO di Apple, viene chiamato a fare un discorso ai neolaureati presso l’università di Stanford, California. Nel suo discorso parla di sé, della sua esperienza universitaria e lavorativa, ma anche della sua vita privata, della malattia, della morte e dell’idea di essa chiudendo il tutto rivelando ai giovani che lo ascoltano l’adagio che ha ispirato il suo modo di intendere la vita professionale. L’adagio era: “Stay hungry, Stay foolish”.

Non so se quei ragazzi a Stanford lo abbiano fatto proprio, come gli suggeriva Steve, ma so che tanti altri ragazzi, milioni di ragazzi, in America, in Europa e nel resto del mondo ricco ritengono Jobs un modello (quantomeno come figura professionale) e so che almeno il 20% dei miei amici, in occasione della sua morte, ha scritto quell’adagio nel proprio status di Facebook. Immagino che nessuno avrà da ridire se affermo che quello slogan (diventato poi un tutt’uno con Jobs) sia attualmente uno dei più conosciuti e citati al mondo.

Non è qui che voglio andare a parare però. Non è che gli effetti della globalizzazione e dei media li abbiamo scoperti con la morte di Steve Jobs. Quello che mi interessa è un’altra cosa. Partiamo dal linguaggio.

“Siate affamati, siate folli” contiene due metafore che ruotano intorno alla fame – una sensazione che si prova in seguito al digiuno – e alla follia – esperienza difficilmente definibile, ma che ha a che fare con la salute, con il disagio, talvolta con uno stigma sociale, spesso con una profonda sofferenza. Non so voi, ma io trovo molto singolare il fatto che uno degli uomini più ricchi del mondo, parlando in una delle università più prestigiose del pianeta, abbia attinto all’esperienza della fame e a quella della follia per rappresentare il suo modo di concepire la vita professionale. Certo, lo ha fatto in senso metaforico, direte voi. Registriamo però il fatto che per l’occidente, che la fame non ha idea di cosa sia, mentre un miliardo di persone nel mondo ne fa ogni giorno esperienza concreta, di fame si possa parlare come un qualcosa che può essere recuperato, pensato come portatrice di un valore positivo, addirittura strategico nel modo di distinguersi e concepire il business. La mancanza della fame come realtà esperienziale apre a noi la possibilità di dire la fame e di farne un valore. Jobs invita quei ragazzi ad interiorizzare la fame, ad incarnare la fame, ad essere fame.

Quanto alla follia il discorso è diverso. Non so per quale motivo ancora continuiamo ad associare follia e genialità. Premesso che la seconda è per me una parola senza senso, ritengo comunque che la possibilità che una persona abbia di raggiungere obiettivi prestigiosi (a prescindere dal campo nel quale si applica) sia inversamente proporzionale al manifestarsi della follia in quella persona. Credo anzi, ma vi invito a contraddirmi, che si abbia bisogno di tutta la lucidità possibile per conseguire uno scopo e che per sapere individuare strade alternative e soluzioni innovative occorra essere più che radicalmente ancorati al presente e a quella che usiamo chiamare realtà. Ma queste, come dire, sono mie personali e opinabilissime opinioni e so che esistono eccezioni illustri a quanto ho affermato.

Torniamo un attimo alla fortuna di “Stay hungry, stay foolish” lasciando stare fame e follia.  Concentriamoci sul contesto nel quale è stato pronunciato il discorso di Jobs. Non sono un esperto di linguistica, ma tengo per fermo che il contesto nel quale viene formulato un messaggio sia un elemento più che rilevante nella valutazione del messaggio stesso. Il contesto di Jobs era la cerimonia di laurea di Stanford e il destinatario del suo discorso erano ragazzi e ragazze di estrazione medio-alta, che possiamo considerare la futura classe dirigente del paese (almeno per ora) più ricco del mondo.  A costoro Jobs ha detto di aver lasciato l’università perché insoddisfatto, di aver cazzeggiato, fatto scelte irrazionali (folli/antieconomiche) e che sono state queste a rivelarsi poi determinanti nel raggiungimento del suo successo. Ora, ovvio che quello di Jobs è un discorso a posteriori e a posteriori, col risultato in tasca, tutti possiamo costruirci la storia che più ci piace ed enfatizzare un elemento piuttosto che un altro. Quello su cui voglio riflettere, però, è che quel tipo di messaggio (osate, siate affamati, non fermatevi finché non trovate quello che vi piace, comportatevi in maniera folle, siate un sacco choosy) rivolto all’élite americana ha un senso, perché, grossomodo, Jobs si riferisce a un gruppo di persone che hanno avuto tutto dalla vita e che di comportarsi in maniera folle, volendo, considerando il pedigree, se lo possono anche permettere. Le cose stanno diversamente quando quel messaggio viene espunto dal suo contesto e propagandato come un messaggio (modello) universalmente valido. Qui le cose, se mi permettete, cambiano abbastanza. Anche a me, vi assicuro, piacciono le storie delle persone di umili origini che grazie al duro lavoro riescono a modificare il proprio status sociale, ma so anche bene che nella maggioranza dei casi il duro lavoro non basta, perché in molti contesti le opportunità che tu hai sono così scarse che è impossibile che tu possa farcela.

Solitamente quelli che non possono fare loro l’adagio di Jobs sono quelli che non si possono nemmeno permettere i prodotti della Apple (quelli che lavorano nelle loro fabbriche ad esempio). A volte, però, e sempre più spesso, mi capita di osservare il contrario, persone che fanno proprio quel motto e che, se pur non potrebbero, fanno in modo di acquistarli lo stesso. Ecco, vi assicuro che non ce l’ho con nessuno io. Non so bene se siano prodotti migliori quelli della Apple, non ho le competenze per dirlo, e nemmeno mi interessa giudicare chi sente il bisogno di comprarsi quello status symbol piuttosto che un altro come faccio io. Quello che posso dire è che io non voglio pensarmi né come affamato, né come folle perché la fame fa fare cose terribili e la follia non porta da nessuna parte. Quello che voglio dire è che le metafore hanno un profondo potere e che occorrerebbe sempre farci molta attenzione. Posso accettare il dominio di Apple e dei suoi prodotti sul mercato. Quello che non voglio accettare sono invece le loro metafore e il sistema valoriale che indirettamente ci propugnano come universali, perché universali non lo sono neanche per sogno. Insomma, che i ragazzi di Stanford siano pure affamati e folli, sono affari loro. Io preferisco di gran lunga restare umano e tenere gli occhi aperti se posso.

steve jobs

COME VINCERE A RUZZLE

Come vincere a RUZZLE. Istruzioni non necessarie.

Declina tutto, declina sempre, declina anche l’indeclinabile. Questa è la via del successo.

Trovate sempre BRIE, anche se dà pochi punti. Fa stare bene.

STERI, NAA, ARRE, VARRA, RALE, PRAIE, ALO, VERTI, COIRA e tante altre parole non esistono? Sticazzi! Che poi ALO pare sia una variante arcaica di alone. Meglio così.

Inutile che ci provi: RITI e RITO sono ok, ma RITA non vale. Consolati, però, CIRO invece sì ed anche NOEMI, DORA e MARA e tanti altri loro amici. Evidentemente RITA deve esse ‘na rompicojoni da poco.

Hai dubbi sull’esistenza di una parola? Fottitene e declina. Lo ripeto: fottitene e declina!

Vero che non c’è niente di più bello di vincere dopo aver perso i primi due round rimontando al terzo????

Ci sono parole che scatenano punteggi incredibili. Provate TRIVIA.

Se vinci al terzo dopo aver perso i primi due round hai fatto un “UNDER DOG”. Gran figata l’underg dog, pare il nome di una presa di wrestling. UNDER DOG. YEAH!

Il linguaggio di Ruzzle è particolare. Ammette forme arcaiche come PRIA (arcaico per prima), LARE (singolare del più comune lari), parole come GRAMO (non troppo comune anche se piacevole come parola) e tante parole strane come GROSSINE, o COIRA (da coire?), SORO (da sorare?). Ma quello che ho notato è che è al passo coi tempi! Ammette un sacco di sigle e parole fresche di importazione. Esempi? TAC, TAR, CAM, NET, RAP, TV, PIN, SIM, TAG, UT…ma anche ID, IFA, OIL, RAI, OI, AIO, ROI, RAS, BRIE. Volete un consiglio davvero vincente? Declinatele tutte! Sì ci ho messo pure BRIE.

Non c’è niente di più bello di fare un UNDER DOG  a un ragazzino di dieci anni più giovane di te che te le ha suonate nei primi due round.

Ho trovato MAO, CIP, PIO e BRIE. Vi risultano altri versi di animali? Se avete intenzione di contestare BRIE sappiate che io sono un animale e lo dico spesso… lo declino pure a volte.

Mi fa incazzare quando invece trovi una parola che esiste, magari bella lunga pure, e non te la riconosce. Poco fa era impegnato in una partita accesissima e avevo trovato ISOSTRATO! Beh, non me l’ha dato! Mi sono bloccato, urlavo e naturalmente ho perso. Ma vi rendete conto?

TETTA vale. Vale pure MERDA. Col BRIE è da paura.

Altra storia vera. Avevo perso i primi due round (non di poco) con un ragazzino del ’96 con un nick fascistoide. Non ci potevo stare. Così mi sono fatto un Brioschi e gli ho dato giù. Ho trovato parole impossibili, raggiunto un livello di concentrazione che non pensavo di possedere, ma comunque ero sicuro di non farcela. Poi l’ho vista, in un punto pieno di moltiplicatori, l’ho letta, stava lì! La parola era NEGRO! Dopo un attimo di esitazione il mio dito l’ha percorsa sullo schermo! Mi ha detto pure “Bravo!” Ruzzle. Mi ha pure incoraggiato! È stato under dog comunque! Under dog con NEGRO al fascistello del cazzo!

Anche ROM vale, vale ARIANO, vale ARIO, ma non vale SION.

Poi vabbè mi sono anche reso conto che la parola ISOSTRATO non esiste davvero, anche se devo ancora declinarla come dico io… poi magari vi faccio sapere.

p.s. Trovq qui Bucyo, Ethnicity, Over Dog, Smadonnas e tanti altri achievement improbabili di Ruzzle https://tibten.wordpress.com/2013/01/24/ruzzle-premium-improbabili-achievement/

ruzzle

Il favoloso mondo dei dentifrici.

“Durante una spedizione nell’Artico alcuni scienziati notarono che le popolazioni della zona avevano denti straordinariamente bianchi e sani. La loro unica attività di igiene orale consisteva nello sfregarsi i denti con un lichene che cresceva in abbondanza a quelle latitudini […] A partire da questa osservazione, i ricercatori italiani studiarono e isolarono le componenti attive contenute nel lichene artico, e grazie all’impiego di tali estratti, BlanX creò un dentifricio unico per efficacia e protezione”

Molte domande mi verrebbero da fare leggendo questa storia che potete trovare sul sito della Blanx. Ad esempio, chi erano mai questi scienziati? Quando prese vita la loro spedizione? Da quanti membri era composta? Cosa cercavano? Dove di preciso? (Domanda mica futile considerando l’estensione dei territori artici). E poi, quali erano mai queste popolazioni incontrate? Ma una domanda su tutte mi pongo: perché mai la Blanx ha pagato dei ricercatori italiani per creare un prodotto pastoso e schiaffarlo in un tubetto, quando pare che questi licheni andassero da paura già così come erano? Non potevano importarli e basta? Farli crescere e distribuirli? Bah…

Molte altre domande sorgono spontanee andandosi a spulciare i siti internet delle aziende produttrici di dentifrici. Una delle cose che noto spesso sono le percentuali di efficacia nell’igiene orale che ogni nuovo prodotto lanciato sul mercato è in grado di fornire. Anche qui, tenendo fermo che credo ciecamente alle verità dei testimonial in camice bianco alla tv, quello che mi chiedo è: se ogni anno, per tenerci bassi, mi viene garantito mettiamo il 15% di efficacia in più rispetto al vecchio dentifricio, quando io avevo 6 anni, dunque 22 anni fa, invece di seguire le indicazioni dei miei genitori ed utilizzare un dentifricio, che rispetto a quelli attualmente in commercio aveva il 330% circa di efficacia in meno, non era uguale se mi strofinavo i denti su un cane bagnato?

Le domande senza risposta, ahimè, non finiscono certo qui. Mi spieghi la Elmex cosa intende quando scrive che I bambini piccoli dovrebbero lavare i denti con uno speciale spazzolino educativo”. Cioè??? Cosa cazzo intendono conspeciale spazzolino educativo?” È uno spazzolino con degli speciali raschietti che se per caso il pupo mi sbaglia l’inclinazione della spazzolata gli scortica le gengive? Illuminatemi per favore!

Ma andiamo avanti e passiamo a Colgate, azienda che non ha bisogno di presentazioni. Dal sito risultano 20 dentifrici in commercio, ma quello che vi consiglio caldamente di fare è un tour a “l’istituto alito fresco”. Non sto scherzando eh! Esiste davvero. Mi immagino quanto sia gratificante lavorarci, anche se credo che io non supererei mai l’angoscia di dover affrontare la selezione per ottenere quel posto!

Ecco ora il turno di Paradontax, sì, proprio quello che devi usare “se ti capita di vedere del sangue mentre ti lavi i denti”, ragione per cui io da un po’ mi lavo i denti al buio. Bene, Paradontax distribuisce solo due tipi di dentifricio, ma forse, uno poteva anche bastare, se consideriamo che contiene fino al 70% di ingredienti specifici. Già, fino al 70%. Poi uno si chiede, e il restante 30% di ingredienti non specifici??? Li hanno scelti a cazzo di cane? Tipo…”uhm…aspetta un attimo…. vedo cosa c’è rimasto in frigo e ti dico!”

Passiamo ora ad un’altra azienda stranota: Mentadent. Come Colgate ha 20 tipi di dentifrici in vendita (due per bambini ed uno per anziani) ed uno di questi dentifrici, ci tengono a dire, è ispirato al filo interdentale (?). Lascio a voi scoprire quale! Hanno anche una linea Sensitive, per gengive sensibili e, guarda caso, il colore delle confezioni è… rosa (SIC!). Permettetemi di segnalarvi anche Mentadent “NUTRI ACTIV”, l’unico dentifricio che “nutre le tue gengive” e, di conseguenza, immagino, anche l’unico dentifricio al mondo che è consigliabile usare PRIMA dei pasti. Quello che, però, più mi colpisce nella descrizione dei prodotti Mentadent (tutti con la propria scheda tecnica tipo i giocatori di FIFA) è che ognuno di questi dentifrici vanta una formula esclusiva o qualche innovativa tecnologia frutto di anni di ricerche in laboratorio da parte degli scienziati Mentadent. Ora facciamo a capirci, io non ce l’ho con Mentadent, per carità, affatto! Mi piace una cifra dare quei morsi prepotenti alle mele verdi! Sono inoltre per il progresso, per la tecnologia, per i microchip su cani, tacchini, granchi, insetti stecco e tutto il resto. Solo che poi vado al supermercato,  trovo le zucchine romane a 4 euro al kg e…e a quel punto qualcosa non mi torna! Cioè, ma se per la metà posso portarmi a casa un prodotto super tecnologico frutto di anni di sanguinose ricerche condotte da gente che ha passato metà della propria vita tra libri e microscopi, possibile che le zucchine le devo pagà il doppio? Chi è che mi sta coglionando?

E’ il turno di un’azienda italiana, Antica Erboristeria. 11 dentifrici per loro, niente male no? Qui mi urge segnalarvi le “risapute” proprietà rinfrescanti del dentifricio “Totale”. Risapute, sì, dopotutto è un’azienda italiana! “Totale”, comunque, oltre alle sue risapute proprietà vanta anche il 99% in meno di crescita batterica. Mica cazzi! Però poi entri facilmente in confusione quando un altro loro dentifricio, “Microgranuli”, ti promette denti due volte più puliti e tu ti chiedi: ”ma se con quell’altro sono arrivato al 99%…. come fa a questo ad essere il doppio?” Pazienza! Passiamo alla freschezza, argomento molto dibattuto tra i professionisti dell’igiene orale. Il dentifricio “Purifica” di Antica Erboristeria vi assicura 12h di freschezza! Poi però badate bene che sono cazzi vostri! Fate i calcoli la mattina quando state per uscire per scongiurare, allo scadere delle 12h, il famigerato “effetto Cenerentola”, quando la vostra bocca, la cui freschezza era stata magari l’anima della festa, inizierà a sapere di fogna, così, di colpo, da un momento all’altro. Nel dubbio, comunque, “Fresco polare”, sempre di Antica Erboristeria, per lo stesso prezzo, vi garantisce ben 16h di freschezza, 4 ore in più! Dunque fate i vostri calcoli. Nel dubbio potete mettere sullo spazzolino un po’ di “Purifica” e un po’ di “Fresco Polare”, dovrebbero fare 14h di freschezza! Oppure se vi salta l’aperitivo e alle nove di sera siete già a letto e temete di ibernare il vostro partner con la freschezza della vostra bocca che ne ha ancora per ore, fate una cosa: mangiatevi per cena tre kebab pieni di cipolla o una bel kilo di pasta all’aglio (ma bella carica eh!) e vedrete che il vostro partner vi sarà riconoscente! Un problema simile vi può capitare in casa Antica Erboristeria per quanto riguarda il bianco dei denti. Anche qui, alla stessa cifra, con “Sbiancante” avrete denti bianchi dopo dieci giorni, mentre con “Bianco Express” subito, immediatamente. Sta a voi decidere insomma…

Ma passiamo finalmente all’azienda che ha ispirato questo post e che vorrei qui pubblicamente ringraziare: Aquafresh. Ora dovete sapere che ogni azienda ha il suo pallino, quell’argomento dove insiste continuamente. Beh, Aquafresh ha il pallino della famiglia, della protezione della famiglia, della protezione dell’igiene orale di tutta la famiglia. Non so che tipo di famiglia Aquafresh abbia in mente. Se siano aperti alle coppie di fatto, alle coppie omosessuali, se abbiano come modello i Robinson delle prime serie o se si ispirino ad un modello rigidamente cristiano come Pierferdinando Casini, un modello basato su edilizia e facce da culo. Fatto sta che la loro attenzione alla famiglia è quanto mai sospetta. Poi non capisco, ma basta che lo usa uno e automaticamente la protezione si estende agli altri componenti? Se sì, funziona anche a distanza? Se sì, ancora, fino a che distanza si estende la protezione? I nonni sono inclusi? E i cugini acquisiti? Ma veniamo alle vere chicche di Aquafresh: alla loro capacità persuasiva. Ecco una delle perle del loro sito: Nessuno te lo ha mai detto, ma quando ti lavi i denti pulisci solo il 30% di ogni dente. Come mai? Perchè il restante 70% è sotto la gengiva”. Ma grazie al cazzo ti verrebbe da dire, così, su due piedi. Che significa ‘sta stronzata della gengiva? Mi verrebbe da chiedergli: ma voi di Aquafresh lo sapete che quando vi lavate il culo pulite solo l’1% di un intestino lungo 7 metri e zozzo di merda come poche cose? No? Non lo sapevate? Nessuno ve lo aveva detto? Ecco ve lo dico io e vi ci aggiungo pure un bel vaffanculo con tutto, ma proprio tutto il cuore! Ma questo, credetemi, sarebbe il minimo, perché nella pagina successiva Aquafresh, spudoratamente ci rifà asserendo che “il 40% della superficie dei denti è nascosta tra un dente e l’altro. No, niente insulti. Qui occorre ragionare, perché c’è qualcosa che non torna! Già, perché se teniamo per buono che il 70% del dente è sotto la gengiva mentre il 40% è nascosto tra dente e dente… mi spiegate adesso io cosa dovrei spazzolare? Di cosa dovrei preoccuparmi? Adesso sì che mi viene da pensare che quelli di Parodontax abbiano ragione. Grazie al cazzo che vedi sangue, te stai a martorià la bocca alla ricerca di qualcosa che non esiste!!!Ora capisco quando si dice che il mal di denti è uno di quei dolori che dà alla testa….te credo…è una questione di immaginazione! Un ultima segnalazione, prima di abbandonare, a malincore, la famiglia Aquafresh e la loro epistemologia rivoluzionaria per parlarvi del dentifricio “Supreme” che “controlla l’accumulo di placca uccidendo i batteri sul bordo gengivale”. Ci tenevo a condividere la violenza di questa immagine, il gusto macabro di “Supreme” (che richiama nel nome anche un certo immaginario nazional-socialista) e che vi dice non solo che ucciderà i batteri, così, senza pietà, ma vi dice anche dove li ammazzerà, sul bordo gengivale, sommariamente, senza processo, senza un perché, mentre stanno in bilico paciosi a giocare sulla gengiva e non se lo aspettano… come si fa, mi chiedo, a non solidarizzare con i batteri? Forza ragazzi, siamo con voi! Hasta la victoria siempre!

http://www.youtube.com/watch?v=F4ry_w0260E

Dulcis in fundo AZ, che ovviamente non poteva mancare in questa rassegna. In onore di questa grandissima azienda ho postato qui sopra anche una loro vecchia pubblicità degli anni ‘90, nella quale vi dimostrano come proteggere i vostri denti dall’attacco del fascismo sotto forma di croci celtiche. Guardatelo con attenzione. A me ha fatto morire quando si vede la tipa che schiaccia un bottone tipo fortezza delle scienze del grande Mazinga. Non è casuale. L’immaginario dei dentifrici, ma in particolare quello di AZ, è tutto racchiuso in quel dito sul pulsante. È il mondo della scienza, del progresso, della tecnologia, dell’intervento dell’uomo sul corso della natura, dell’uomo che la analizza, la osserva, la piega e la controlla. In questo le pubblicità AZ stanno avanti a tutti, altro che la sicurezza famigliare di Aquafresh, altro che l’ansia del sangue di Parodotax! Scienza, progresso, bottoni da schiacciare, un cazzo di dentifricio che ti porteresti nello spazio è AZ! Non a caso i nomi dei loro prodotti sono tutti determinatissimi, al passo coi tempi, cazzuti. Ad esempio prendiamo “AZ 3D White Shock”, che già a dirlo tutto d’un fiato mi viene duro. Questo portento della scienza rimuove fino all’80% delle macchie superficiali. AZ però si cautela e ci spiega che sta parlando delle macchie raggiungibili dallo spazzolino. Grazie a Dio, ma soprattutto grazie ad Aquafresh, noi sappiamo che la superficie irraggiungibile del dente è pari al 110%. Sulla restante parte raggiungibile (fate voi il conto a me viene -10% ma io sono una pippa in matematica) “AZ 3D White Shock” (l’ho dovuto riscrivere perché anche da scrivere è un’esperienza fantastica) è in grado di eliminare fino all’80% di macchie. Certo, direte voi, restano quel 20% di macchie presenti su quel -10% di superficie del dente e io proprio domani ho il colloquio per lavorare all’istituto alito fresco. Per questo “AZ 3D White Shock” (volevo vedere che effetto faceva grassettato corsivo) non può farci niente temo, ma volete mettere lavarvi i denti con gli occhialetti 3D? Tutta un’altra storia….

mela

Zerbino connection: riflessione ad uso condominiale.

Una delle leggi della vita in condominio è che si è liberi di personalizzare l’interno dei nostri appartamenti come meglio crediamo, ma quanto agli spazi comuni, scale, pianerottoli, androni, cassetta della posta, dobbiamo attenerci alla linea condominiale. Nessuno, o quasi nessuno, accetterà che voi apponiate un poster o delle foto in uno spazio comune e solitamente a nessuno salta in testa di farlo. Ci sono, ovviamente delle eccezioni, solitamente legate a qualche circostanza molto particolare, come eventi sportivi (bandiere, striscioni), religiosi o legati a festività particolari (addobbi natalizi, carnevaleschi, ultimamente anche disegni per halloween), rituali e life-events (addobbi per matrimoni, coccarde in caso di nascite, bandiere della pace o lenzuoli bianchi). Queste eccezioni sono tollerate proprio per via dell’eccezionalità dell’evento e perché, in  relazione a ciò, hanno una permanenza circoscritta nel tempo: dopo un po’ devono sparire!

L’unica eccezione che mi viene in mente a questo quadro sono le piante, che a volte qualche condomino piazza sul pianerottolo, con la scusa di abbellirlo. Le piante sono solitamente tollerate (a patto che tale condomino preveda anche alla loro gestione) perché oramai, nella nostra cultura, più che esseri viventi sono percepite come oggetti ornamentali, oggetti di carattere neutro, che non richiamano a nessun sistema estetico o valoriale preciso (come invece farebbe inevitabilmente un poster o una fotografia).

Vi sono, però, a pensarci bene, delle altre eccezioni. Parlo di porte e campanelli, che sono sì oggetti visibili all’esterno (le porte per metà in realtà), ma che lo sono al fine di garantire la nostra intimità domestica e sono a questa strettamente funzionali (ad esempio il campanello ci avverte in caso di visite e fa in modo che nessuno tocchi la nostra porta). L’unico oggetto che, seppure giustificato da motivazioni funzionali, abbiamo il diritto di sistemare a tempo indeterminato in uno spazio pubblico è invece lo zerbino (also known as “stuoino” o “nettapiedi” come suggerisce il caro Devoto-Oli).

Probabilmente è un oggetto a cui non siete portati a dare molta importanza, ma sta di fatto che quel rettangolino polveroso è il massimo che avete a disposizione per dare sfogo al vostro estro fuori dalla vostra proprietà e vi invito a riflettere sul fatto che nessuno di voi si sognerebbe mai di piazzarlo in altro modo che non attaccato alla soglia di casa, come legato a questa da un cordone ombelicale, da una contiguità tanto simbolica quanto affettiva.

No! Non potremmo mai tollerare che il nostro zerbino si perda anche di pochi centimetri in quello spazio ambiguo, terra di nessuno, che è il pianerottolo. Così, quando fanno le pulizie e uscendo dall’ascensore lo troviamo poggiato contro la parete, magari capovolto, vorremmo parlargli, chiedere cosa è stato, perché si trova lì, chi è stato a fargli quello. Poi lo riportiamo alla ragione, lo sistemiamo come meglio non si possa e ci strofiniamo per bene la suola delle scarpe, come a marcare il territorio, come a dirgli “caro, non è successo niente, ci sono qui io adesso, va tutto bene” e non riusciamo a rientrare se lui non è lì, al suo posto, fiero e gagliardo, a dare il nostro saluto a chiunque varchi le porte delle nostre abitazioni.

400px-Zerbino

Post automatico per 10000 visualizzazioni raggiunte.

Questo POST non l’ho scritto io. È un post che WordPress PUBBLICA A PAGAMENTO in automatico una volta raggiunte le DIECIMILA visualizzazioni, cosa che a TIBTEN è accaduto OGGI, 20 Dicembre 2012, SAN PIO DA PIETRALCINA, con un giorno di anticipo rispetto alla PROFEZIA MAYA. Per la precisione non è del tutto vero che non l’ho scritto io, non è vero nemmeno che festeggiamo il sanguinolento bucherellato, la realtà è un po’ diversa, specie rispetto quella confessionale, adesso cerco di spiegarmi però.

Si tratta di un nuovo servizio di WP, che genera un POST per questo tipo di traguardi. FICO no? Lo sarebbe, se non fosse che TALE E QUALE POST – che assicurano essere personalizzato per ogni BLOGGER – altro non é che una SERIE A di frasi senza senso composte prevalentemente dai TAG più usati dagli utenti in RETE in questo 2012. Fortunatamente la pagina ti viene inviata prima tramite INSTAGRAM, in modo che tu la possa ROTTAMARE, ma… TOMTOM!!! Tutte le TAG, in maiuscolo, non possono essere cancellate!!! Quindi, come potete notare, ho cercato di salvare il salvabile, non sono certo BATMAN io, né tantomeno MONTI, né OBAMA, RIHANNA, il PULCINO PIO o i PIEDI Di GEPPY CUCCIARI, ma mi ritengo abbastanza fortunato ad esser riuscito a piazzare poco sopra la compagna di BALOTELLI senza farvene accorgere e senza cedere allo STRESS e dovermi poi iscrivere al CLUB DOGO dove pare non si faccia altro che giocare a PES tutto il SANTO PADRE giorno su TWITTER.

Spiegato il perché di alcune stranezze in questo post posso VENIRE al CAZZO di punto e chiudere la BOCCA. Non potete immaginare, MARÒ, quanto è difficile cercare su GOOGLE di dare UN SENSO A QUESTA STORIA dovendo pensare allo SPREAD che incombe, alla GRECIA, alla CRISI, agli SCAZZI, al BOSONE DI HIGGS, alle PRIMARIE PD, al TERREMOTO IN EMILIA e, come se non avessero sofferto abbastanza, anche al CONCERTO PER L’EMILIA, con tanto di LIGABUE, LAURA PAUSINI INCINTA?, le TETTE DI LAURA PAUSINI, LUCIO DALLA, MADONNA, i CANI UCRAINA, CR7, e RAFFAELLA FICO (sì, ci sta pure con il nome nella pagina che mi ha inviato WP), mancava solo SANDY purtroppo.

Certo, potevo essere meno CHOOSY, fregarmene, salire sul PULLMAN di RENZI con iCALAMARI, SARA TOMMASI UFO e SOMEBODY THAT I USED TO KNOW, guidare su un prato FIORITO, investendo CICLISTI, SALVACICLISTI e GRILLINI, compreso FAVIA anche SEL lo hanno cacciato da XFACTOR. Ma io l’IPHONE 5 non ce l’ho, la SPENDING REVIEW ha per me 50 SFUMATURE DI GRIGIO di troppo e credo che nemmeno quel PORCELLUM di SCHETTINO l’abbia capita, anche se l’IMU sulla COSTA CONCORDIA al GIGLIO io gliela farei pagare al VATICANO.

Dunque ho preferito così, nonostante il FIGLIO DELLA FICO mi abbia davvero frantumato i COGLIONI, nonostante l’AUMENTO DELL’IVA e dell’ILVA abbia messo alle corde questa REPUBBLICA.IT FONDUTA sul LAVORO, ho preferito tentare di adattare questa pagina con l’intenzione di ringraziare tutti gli AMICI DI MARIA che ci sono passati in questi 6 mesi cliccandoci ben diecimila volte.

SULCIS in fundo, basta con queste TAG, basta con FRIZZI e lazzi, con EQUITALIA e MORA, con FARFALLINA e MOROSINI, basta con pure con TAV e NO-TAV, BUON COMPLEANNO a chi fa I MIGLIORI ANNI e BUON NATALE a tutti gli altri.

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“Ma io e te siamo amici?”. L’amicizia su facebook con una morale che non ti aspetteresti.

Claudia frequentava come me la prima elementare ed era un gran bel pezzo di bambina. Così, quando un giorno mi fece pervenire un foglietto contenente una domanda a risposta chiusa, dopo aver esaminato la domanda (tivuoimettereconme?) e fatta una rapida valutazione delle tre alternative (si-no-forse) non ci pensai più di tanto e apposi una crocetta sul quadratino corrispondente la risposta affermativa. Un secondo dopo alzai gli occhi e realizzai che qualcosa era successo. Ero sempre Stefano, un bambino italiano di sei anni, un figlio, un fratello, uno studente, un futuro calciatore (sic!), un felice possessore di Commodore 64 e tante altre cose sicuramente, ma la mia identità si era arricchita di una nuova dimensione: adesso ero anche un fidanzato. Quel pezzo di carta era stato in grado di fare qualcosa, di sancire la nostra unione, di cambiare il nostro status: non eravamo più due individui, eravamo una coppia.

L’idillio iniziale con Claudia si trasformò presto in incubo. Se tra di noi si andava d’accordo dovemmo renderci presto conto di quanto era difficile gestire la nostra unione con gli altri. Già, perché se quel foglietto aveva cambiato le cose tra noi questo significava che anche le cose tra noi e il mondo dovevano ridefinirsi. Il nostro mondo, che al tempo coincideva grossomodo con le mura della nostra aula, era formato da due gruppi contrapposti: maschi e femmine. Ci scherzavano, ci additavano, divenimmo oggetto di canzoncine e disegni di cattivo gusto: maschi e femmine avevano trovato un terreno nuovo dove scontrarsi e quel terreno eravamo io e lei. Tenevo a Claudia, ma tenevo anche ai rapporti con il mio gruppo di riferimento (i maschi) e immagino che Claudia fosse attraversata da tensioni simili. Finirono per metterci uno contro l’altra. Eravamo troppo giovani per gestire queste due identità conflittuali e finimmo per lasciarci. Non mi ricordo quando successe, ma di una cosa sono sicuro: quello che fu sancito da un accordo scritto, da un contratto se vogliamo, fu sciolto tramite un accordo verbale. Con il senno di poi fu una fortuna che non firmammo il foglietto perché altrimenti, da un punto di vista legale, credo che Claudia potrebbe avanzare rivendicazioni su di me.

Alle medie ed alle superiori, così come all’università, ebbi altre relazioni. Di solito si chiedeva alla ragazza di uscire e dopo un po’ che ci si frequentava si affrontava il discorso relativo alla qualità della relazione che ci univa. A volte si decideva per una relazione, altre volte no ed amici come prima. Tutto questo, però, veniva regolato tramite accordi verbali, accordi vincolanti per carità, rafforzati da comportamenti ben precisi e da segnali ben codificati rivolti tanto a noi quanto a persone esterne e potenziali altri partner.

Quello su cui vorrei puntare l’attenzione è che nelle relazioni sentimentali vi è sempre un momento in cui ci si domanda “ma io e te, stiamo insieme?”. Nel caso della parentela invece, qui mi limito al nostro contesto europeo, una domanda come “ma io e te siamo parenti?” non avrebbe senso (con buona pace della serie Beautiful). Grossomodo sappiamo con chi siamo imparentati e, soprattutto, non lo abbiamo scelto noi. Certo, poi c’è il matrimonio a scombussolare il nostro sistema e a farci acquisire nuovi parenti, ma credo che questo non aggiunga molto alla discussione, anche se lasciatemi sottolineare come il matrimonio si basi su di un sistema che di colpo ci fa tornare all’età di sei anni, al contratto.

Concentriamoci ora su Facebook. FB è fondato su di un sistema molto particolare: la richiesta di amicizia, amicizia che può essere accettata o rifiutata. È questa una pratica davvero singolare, perché se ha un senso chiedere ad una persona se questa ti consideri il proprio partner (abbiamo visto come sia necessario questo passaggio) ed invece non ha senso chiedere a qualcuno se è tuo parente (Ridge scopatutto permettendo) l’amicizia è l’unico dei rapporti sociali che c’è o non c’è e fare domande come “ma io e te siamo amici?” oppure “ma io e te stiamo diventando amici” (sempre Beautiful permettendo) suona piuttosto ridicolo. Certo, a volte può capitare di dire a terzi che si è amici di qualcuno, magari per rimarcare che tale persona è qualcosa di più che un collega o, più frequente, può capitare di litigare con il proprio amico e discutere con lui di cosa significhi per voi l’amicizia. In questo caso saranno plausibili affermazioni come “non mi aspettavo questo da un amico” oppure “ti consideravo un amico ed invece” fino ad arrivare a frasi che sanciscono di fatto, almeno momentaneamente, la fine dell’amicizia (non faccio esempi che altrimenti mi intristisco). Quello che noterete è che sull’amicizia si può discutere, la si può interrompere, ma sta di fatto che essa c’è o non c’è e nessun accordo verbale, né tantomeno scritto, ne sancisce l’inizio.

Veniamo adesso alla morale. Molti adesso staranno partendo in quarta inveendo contro FB, sostenendo, forti della dimostrazione che ho fatto, che FB snatura la realtà dell’amicizia, riducendola ad una ridicola transazione, non distante da logiche prettamente commerciali (l’amicizia su FB è un’offerta da accettare o rifiutare). Non voglio e non posso negare questo. È evidente che il modello di riferimento è quello commerciale. Quello che però vi invito a fare è fermarvi a ragionare sul vostro rapporto con FB e tra FB ed il mondo. Fatevi questa domanda: FB vi rappresenta? Ha il compito di rappresentare le nostre vite? Credete sia possibile realizzare questo? Non sarà mai che state concedendogli troppo spazio proprio nel momento in cui cercate un modo corretto di utilizzarlo? Pensateci un attimo e poi discutiamone insieme.

Zurigo - Street Parade

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