SIAMO AFFAMATI? SIAMO FOLLI?

2005. Febbraio del 2005 per la precisione. Steve Jobs, in qualità di CEO di Apple, viene chiamato a fare un discorso ai neolaureati presso l’università di Stanford, California. Nel suo discorso parla di sé, della sua esperienza universitaria e lavorativa, ma anche della sua vita privata, della malattia, della morte e dell’idea di essa chiudendo il tutto rivelando ai giovani che lo ascoltano l’adagio che ha ispirato il suo modo di intendere la vita professionale. L’adagio era: “Stay hungry, Stay foolish”.

Non so se quei ragazzi a Stanford lo abbiano fatto proprio, come gli suggeriva Steve, ma so che tanti altri ragazzi, milioni di ragazzi, in America, in Europa e nel resto del mondo ricco ritengono Jobs un modello (quantomeno come figura professionale) e so che almeno il 20% dei miei amici, in occasione della sua morte, ha scritto quell’adagio nel proprio status di Facebook. Immagino che nessuno avrà da ridire se affermo che quello slogan (diventato poi un tutt’uno con Jobs) sia attualmente uno dei più conosciuti e citati al mondo.

Non è qui che voglio andare a parare però. Non è che gli effetti della globalizzazione e dei media li abbiamo scoperti con la morte di Steve Jobs. Quello che mi interessa è un’altra cosa. Partiamo dal linguaggio.

“Siate affamati, siate folli” contiene due metafore che ruotano intorno alla fame – una sensazione che si prova in seguito al digiuno – e alla follia – esperienza difficilmente definibile, ma che ha a che fare con la salute, con il disagio, talvolta con uno stigma sociale, spesso con una profonda sofferenza. Non so voi, ma io trovo molto singolare il fatto che uno degli uomini più ricchi del mondo, parlando in una delle università più prestigiose del pianeta, abbia attinto all’esperienza della fame e a quella della follia per rappresentare il suo modo di concepire la vita professionale. Certo, lo ha fatto in senso metaforico, direte voi. Registriamo però il fatto che per l’occidente, che la fame non ha idea di cosa sia, mentre un miliardo di persone nel mondo ne fa ogni giorno esperienza concreta, di fame si possa parlare come un qualcosa che può essere recuperato, pensato come portatrice di un valore positivo, addirittura strategico nel modo di distinguersi e concepire il business. La mancanza della fame come realtà esperienziale apre a noi la possibilità di dire la fame e di farne un valore. Jobs invita quei ragazzi ad interiorizzare la fame, ad incarnare la fame, ad essere fame.

Quanto alla follia il discorso è diverso. Non so per quale motivo ancora continuiamo ad associare follia e genialità. Premesso che la seconda è per me una parola senza senso, ritengo comunque che la possibilità che una persona abbia di raggiungere obiettivi prestigiosi (a prescindere dal campo nel quale si applica) sia inversamente proporzionale al manifestarsi della follia in quella persona. Credo anzi, ma vi invito a contraddirmi, che si abbia bisogno di tutta la lucidità possibile per conseguire uno scopo e che per sapere individuare strade alternative e soluzioni innovative occorra essere più che radicalmente ancorati al presente e a quella che usiamo chiamare realtà. Ma queste, come dire, sono mie personali e opinabilissime opinioni e so che esistono eccezioni illustri a quanto ho affermato.

Torniamo un attimo alla fortuna di “Stay hungry, stay foolish” lasciando stare fame e follia.  Concentriamoci sul contesto nel quale è stato pronunciato il discorso di Jobs. Non sono un esperto di linguistica, ma tengo per fermo che il contesto nel quale viene formulato un messaggio sia un elemento più che rilevante nella valutazione del messaggio stesso. Il contesto di Jobs era la cerimonia di laurea di Stanford e il destinatario del suo discorso erano ragazzi e ragazze di estrazione medio-alta, che possiamo considerare la futura classe dirigente del paese (almeno per ora) più ricco del mondo.  A costoro Jobs ha detto di aver lasciato l’università perché insoddisfatto, di aver cazzeggiato, fatto scelte irrazionali (folli/antieconomiche) e che sono state queste a rivelarsi poi determinanti nel raggiungimento del suo successo. Ora, ovvio che quello di Jobs è un discorso a posteriori e a posteriori, col risultato in tasca, tutti possiamo costruirci la storia che più ci piace ed enfatizzare un elemento piuttosto che un altro. Quello su cui voglio riflettere, però, è che quel tipo di messaggio (osate, siate affamati, non fermatevi finché non trovate quello che vi piace, comportatevi in maniera folle, siate un sacco choosy) rivolto all’élite americana ha un senso, perché, grossomodo, Jobs si riferisce a un gruppo di persone che hanno avuto tutto dalla vita e che di comportarsi in maniera folle, volendo, considerando il pedigree, se lo possono anche permettere. Le cose stanno diversamente quando quel messaggio viene espunto dal suo contesto e propagandato come un messaggio (modello) universalmente valido. Qui le cose, se mi permettete, cambiano abbastanza. Anche a me, vi assicuro, piacciono le storie delle persone di umili origini che grazie al duro lavoro riescono a modificare il proprio status sociale, ma so anche bene che nella maggioranza dei casi il duro lavoro non basta, perché in molti contesti le opportunità che tu hai sono così scarse che è impossibile che tu possa farcela.

Solitamente quelli che non possono fare loro l’adagio di Jobs sono quelli che non si possono nemmeno permettere i prodotti della Apple (quelli che lavorano nelle loro fabbriche ad esempio). A volte, però, e sempre più spesso, mi capita di osservare il contrario, persone che fanno proprio quel motto e che, se pur non potrebbero, fanno in modo di acquistarli lo stesso. Ecco, vi assicuro che non ce l’ho con nessuno io. Non so bene se siano prodotti migliori quelli della Apple, non ho le competenze per dirlo, e nemmeno mi interessa giudicare chi sente il bisogno di comprarsi quello status symbol piuttosto che un altro come faccio io. Quello che posso dire è che io non voglio pensarmi né come affamato, né come folle perché la fame fa fare cose terribili e la follia non porta da nessuna parte. Quello che voglio dire è che le metafore hanno un profondo potere e che occorrerebbe sempre farci molta attenzione. Posso accettare il dominio di Apple e dei suoi prodotti sul mercato. Quello che non voglio accettare sono invece le loro metafore e il sistema valoriale che indirettamente ci propugnano come universali, perché universali non lo sono neanche per sogno. Insomma, che i ragazzi di Stanford siano pure affamati e folli, sono affari loro. Io preferisco di gran lunga restare umano e tenere gli occhi aperti se posso.

steve jobs

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10 commenti su “SIAMO AFFAMATI? SIAMO FOLLI?

  1. icalamari ha detto:

    E quanti anni hai compiuto! Sei diventato più grande di me! Rallenta… A parte gli scherzi, sagge considerazioni. Sottoscrivo.
    🙂

  2. Francesco Vitellini ha detto:

    Se decontestualizzi quelle parole possono trasformarsi con troppa facilità in:

    “chiedi sempre di più e sii pronto a passare sui cadaveri”…

    Per me “conosci te stesso” e “sii onesto con te stesso” hanno molto più senso.

    Ti faccio i miei complimenti per l’esposizione chiara e precisa del tuo pensiero.
    Sottoscrivo in pieno.

    • stefano mosso ha detto:

      Ti ringrazio caro Francesco, anche a me le tue massime sembrano molto più stimolanti di quello slogan… ; )

      • Francesco Vitellini ha detto:

        alla fine si tratta di quello che le persone normali, come te e me, chiamano “buon senso”, no? 🙂

      • stefano mosso ha detto:

        Beh…non solo…in quel post, senza la presunzione di chiarire il tutto una volta per tutte, diverse tematiche escono fuori…il ruolo dei media, delle imprese, della comunicazione, della disribuzione della ricchezza nel mondo, del nostro rapporto con l’immaginario e con le metafore che spesso usiamo per costruirlo, narrarlo, identificarci….insomma un bel calderone di cose… : )

  3. Francesco Vitellini ha detto:

    se così non fosse non ti seguirei 😉

    se voglio leggere cose banali c’è fabio volo

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