Come capire se è Babbo Natale l’uomo che si trova nel tuo salotto.

È notte fonda e sei a letto quando dei rumori provenienti dal salotto attirano la tua attenzione. Sai di essere solo in casa, che il gatto è fuori in giardino, che la porta è ben chiusa e che no, non aspetti visite. Certo, essendo la notte di Natale, una speranza si accende dentro di te: potrebbe essere Santa Claus! Allora ti alzi, in punta di piedi raggiungi il salone e, proprio in mezzo alla stanza, c’è un uomo vestito di rosso, con stivali neri, barba bianca ed un sacco di iuta che traffica intorno al tuo alberello. Non credi ai tuoi occhi? Stai calmo e respira, questo post ti svelerà alcuni piccoli segreti per capire se quello che hai davanti è davvero Babbo Natale.

– Ti avvicini e gli dici che quest’anno sei stato molto bravo. Lui ti guarda e ti dice che non gli interessa per niente come ti sei comportato quest’anno, ma ti invita a fare molta attenzione a come ti comporterai nei successivi cinque minuti. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Non appena si accorge di te ti chiede del nastro adesivo. Gli dici che purtroppo hai finito quello trasparente e lui ti risponde che non ha importanza di che tipo sia, che non hai labbra tanto belle, ma che puoi considerarti fortunato a non portare i baffi. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Lo fai sedere e cerchi di fargli delle domande, ma lui inizia dei monologhi farneticanti, sessisti, volgari, in cui per giunta parla male di chiunque. Non pago se provi ad interromperlo ti insulta e minaccia di alzarsi, lasciare il tuo salotto ed andarsene da Barbara d’Urso. Fai molta attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e lo inviti a parlare cercando di convincerlo a smetterla perché non fa altro che perpetrare un personaggio pagano reinventato a scopi commerciali, mentre il vero spirito del Natale è racchiuso nel miracolo del concepimento del figlio di Dio, fattosi uomo grazie ad una ragazza vergine e ad un umile falegname per mostrare all’umanità la via per la Redenzione. Lui ascolta, scoppia in lacrime e dice che è tutta colpa del padre alcolista, della madre assente, del quartiere in cui è nato, di un sistema carcerario che non fa altro che aumentare la recidiva. Fai attenzione, non è Babbo natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e gli chiedi cosa ti abbia portato di bello e lui scoppia a ridere perché, spiega, stava per rivolgere a te la stessa identica domanda. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e gli chiedi se è stancante essere in tante casa in una sola notte e lui risponde di sì, specie da quando ha l’obbligo di firma in caserma. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

–  Ti avvicini e lo inviti a parlare cercando di convincerlo a smetterla perché non fa altro che perpetrare un personaggio pagano reinventato a scopi commerciali, mentre il vero spirito del Natale è racchiuso nel miracolo del concepimento del figlio di Dio, fattosi uomo grazie ad una ragazza vergine e un umile falegname per mostrare all’umanità la via per la Redenzione. Lui ti ascolta con attenzione, poi tira fuori una Bibbia e cerca di convincerti che la fine del mondo è vicina, che è sbagliato fare le trasfusioni di sangue e che gli dispiace essere entrato così in casa tua, ma il citofono non funzionava. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

– Ti avvicini e gli chiedi se gradisce latte caldo e muffin al che lui ti piscia sul presepe e ti ordina di portargli un doppio whiskey con tre Roipnol. Fai attenzione, non è Babbo Natale quello che hai davanti!

santa

La cazzo di foto che ha commosso l’America.

Da qualche tempo convivo con una certezza. Non è quella di morire, perché sarebbe banale e poi ho deciso che quando sarò prossimo alla dipartita mi farò ibernare con le precise indicazioni di farmi scongelare quando sarà morto Andreotti. La mia certezza è di tipo diverso, è la certezza che ogni giorno, ogni singolo cazzo di giorno, aprendo Facebook, Twitter o la pagina di un qualsiasi quotidiano in rete, troverò almeno una foto che ha commosso l’America.

Già, perché potete stare sicuri che ogni giorno in America si piange per qualche cosa e state sicuri che questo qualche cosa può essere impresso su un cazzo di sensore elettronico, talvolta persino in formato video. Abbiamo avuto il cane tornato a casa dopo quindici anni, il soldato che ritorna dalla missione e riabbraccia il cane, il cane simbolo di occupy, il cane che veglia la tomba del padrone, il cane che accudisce il gatto, il gatto che tenta di rianimare un altro gatto, la tigre che accudisce i maialini travestiti da tigrotti, il bambino che scrive senza mani, la campionessa olimpica barbona che si laurea, il barbone che faceva lo speaker e che poi rifà lo speaker, il barbone che salva la vita a qualcuno in qualche tragedia, il poliziotto che dona le scarpe al barbone, il barbone che dopo una storia travagliata fa i provini a X Factor e si scopre che c’ha l’ugola dorata e allora tutti prima sono sconcertati, poi si alzano in piedi e poco dopo frignano come matti a pensare che quello che hanno davanti a loro era proprio un barbone e tutti si guardano come per dire “ma l’hai sentito er barbone che te fa? ma davvero state a dì? Cioè questo è barbone e canta così? Ma allora dovremmo ripensà un po’ tutto il modo de concepì sto monno infame no?”. Insomma si piange, inderogabilmente negli States si piange ogni giorno per qualsiasi minchiata.

Toglietevi dalla testa l’immagine del pellegrino con la bibbia in una mano e l’accetta nell’altra. È roba passata, è roba da intellettuale da Micromega, buttatela al cesso, non serve più. Sono finiti i tempi di Eisenhower, di Nixon, di Bush senior e figlio che si inventavano le peggio cazzate pur di rompere il culo a qualche arabo dall’altra parte del mondo. Finita è anche l’epoca dei marines tutti d’un pezzo e degli imprenditori sciacalli con gessato e sigaro ficcato in bocca che a calcioni nel culo ti licenziavano la vigilia di Natale. Oramai è tutto pianto, commozione, singhiozzi, lucciconi, abbracci e Kleenex. Piangono i marines di ritorno a casa quando ritrovano il loro compagno omosessuale, piange Oprah, piange J Lo, piangono i campioni della NFL, persino Obama, il comandante in capo di una nazione che da sola copre il 43% delle spese militari mondiali si fa un piantarello un giorno sì e uno no.

L’America è cambiata, si è rammollita. Persino gli imbustatori, quei disgraziati che in fondo alle casse dei supermercati ripongono i prodotti acquistati negli shopper, una casta da sempre disprezzata e sfruttata, persino loro osano alzare la cresta e ribellarsi. Dunque non meravigliatevi se ogni tanto a qualcuno parte la testa e decide di sparare sui bambini di qualche scuola. È la vecchia America che non vuole cedere, quella che ha bisogno di sangue, violenza, incontri di Wrestling che non siano sceneggiate in costume e presidenti col cappello da cow-boy e una mascella di cui fidarsi. É l’America che non si commuove, che non vuole commuoversi, quella che all’ennesimo pianto di qualche checca isterica alla tv, disatteso il suo bisogno quotidiano di violenza si fa portare gli stivali, una birra nazionale, imbraccia il fucile e la sua violenza va a prendersela da sé.

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Post automatico per 10000 visualizzazioni raggiunte.

Questo POST non l’ho scritto io. È un post che WordPress PUBBLICA A PAGAMENTO in automatico una volta raggiunte le DIECIMILA visualizzazioni, cosa che a TIBTEN è accaduto OGGI, 20 Dicembre 2012, SAN PIO DA PIETRALCINA, con un giorno di anticipo rispetto alla PROFEZIA MAYA. Per la precisione non è del tutto vero che non l’ho scritto io, non è vero nemmeno che festeggiamo il sanguinolento bucherellato, la realtà è un po’ diversa, specie rispetto quella confessionale, adesso cerco di spiegarmi però.

Si tratta di un nuovo servizio di WP, che genera un POST per questo tipo di traguardi. FICO no? Lo sarebbe, se non fosse che TALE E QUALE POST – che assicurano essere personalizzato per ogni BLOGGER – altro non é che una SERIE A di frasi senza senso composte prevalentemente dai TAG più usati dagli utenti in RETE in questo 2012. Fortunatamente la pagina ti viene inviata prima tramite INSTAGRAM, in modo che tu la possa ROTTAMARE, ma… TOMTOM!!! Tutte le TAG, in maiuscolo, non possono essere cancellate!!! Quindi, come potete notare, ho cercato di salvare il salvabile, non sono certo BATMAN io, né tantomeno MONTI, né OBAMA, RIHANNA, il PULCINO PIO o i PIEDI Di GEPPY CUCCIARI, ma mi ritengo abbastanza fortunato ad esser riuscito a piazzare poco sopra la compagna di BALOTELLI senza farvene accorgere e senza cedere allo STRESS e dovermi poi iscrivere al CLUB DOGO dove pare non si faccia altro che giocare a PES tutto il SANTO PADRE giorno su TWITTER.

Spiegato il perché di alcune stranezze in questo post posso VENIRE al CAZZO di punto e chiudere la BOCCA. Non potete immaginare, MARÒ, quanto è difficile cercare su GOOGLE di dare UN SENSO A QUESTA STORIA dovendo pensare allo SPREAD che incombe, alla GRECIA, alla CRISI, agli SCAZZI, al BOSONE DI HIGGS, alle PRIMARIE PD, al TERREMOTO IN EMILIA e, come se non avessero sofferto abbastanza, anche al CONCERTO PER L’EMILIA, con tanto di LIGABUE, LAURA PAUSINI INCINTA?, le TETTE DI LAURA PAUSINI, LUCIO DALLA, MADONNA, i CANI UCRAINA, CR7, e RAFFAELLA FICO (sì, ci sta pure con il nome nella pagina che mi ha inviato WP), mancava solo SANDY purtroppo.

Certo, potevo essere meno CHOOSY, fregarmene, salire sul PULLMAN di RENZI con iCALAMARI, SARA TOMMASI UFO e SOMEBODY THAT I USED TO KNOW, guidare su un prato FIORITO, investendo CICLISTI, SALVACICLISTI e GRILLINI, compreso FAVIA anche SEL lo hanno cacciato da XFACTOR. Ma io l’IPHONE 5 non ce l’ho, la SPENDING REVIEW ha per me 50 SFUMATURE DI GRIGIO di troppo e credo che nemmeno quel PORCELLUM di SCHETTINO l’abbia capita, anche se l’IMU sulla COSTA CONCORDIA al GIGLIO io gliela farei pagare al VATICANO.

Dunque ho preferito così, nonostante il FIGLIO DELLA FICO mi abbia davvero frantumato i COGLIONI, nonostante l’AUMENTO DELL’IVA e dell’ILVA abbia messo alle corde questa REPUBBLICA.IT FONDUTA sul LAVORO, ho preferito tentare di adattare questa pagina con l’intenzione di ringraziare tutti gli AMICI DI MARIA che ci sono passati in questi 6 mesi cliccandoci ben diecimila volte.

SULCIS in fundo, basta con queste TAG, basta con FRIZZI e lazzi, con EQUITALIA e MORA, con FARFALLINA e MOROSINI, basta con pure con TAV e NO-TAV, BUON COMPLEANNO a chi fa I MIGLIORI ANNI e BUON NATALE a tutti gli altri.

dieci

“Ma io e te siamo amici?”. L’amicizia su facebook con una morale che non ti aspetteresti.

Claudia frequentava come me la prima elementare ed era un gran bel pezzo di bambina. Così, quando un giorno mi fece pervenire un foglietto contenente una domanda a risposta chiusa, dopo aver esaminato la domanda (tivuoimettereconme?) e fatta una rapida valutazione delle tre alternative (si-no-forse) non ci pensai più di tanto e apposi una crocetta sul quadratino corrispondente la risposta affermativa. Un secondo dopo alzai gli occhi e realizzai che qualcosa era successo. Ero sempre Stefano, un bambino italiano di sei anni, un figlio, un fratello, uno studente, un futuro calciatore (sic!), un felice possessore di Commodore 64 e tante altre cose sicuramente, ma la mia identità si era arricchita di una nuova dimensione: adesso ero anche un fidanzato. Quel pezzo di carta era stato in grado di fare qualcosa, di sancire la nostra unione, di cambiare il nostro status: non eravamo più due individui, eravamo una coppia.

L’idillio iniziale con Claudia si trasformò presto in incubo. Se tra di noi si andava d’accordo dovemmo renderci presto conto di quanto era difficile gestire la nostra unione con gli altri. Già, perché se quel foglietto aveva cambiato le cose tra noi questo significava che anche le cose tra noi e il mondo dovevano ridefinirsi. Il nostro mondo, che al tempo coincideva grossomodo con le mura della nostra aula, era formato da due gruppi contrapposti: maschi e femmine. Ci scherzavano, ci additavano, divenimmo oggetto di canzoncine e disegni di cattivo gusto: maschi e femmine avevano trovato un terreno nuovo dove scontrarsi e quel terreno eravamo io e lei. Tenevo a Claudia, ma tenevo anche ai rapporti con il mio gruppo di riferimento (i maschi) e immagino che Claudia fosse attraversata da tensioni simili. Finirono per metterci uno contro l’altra. Eravamo troppo giovani per gestire queste due identità conflittuali e finimmo per lasciarci. Non mi ricordo quando successe, ma di una cosa sono sicuro: quello che fu sancito da un accordo scritto, da un contratto se vogliamo, fu sciolto tramite un accordo verbale. Con il senno di poi fu una fortuna che non firmammo il foglietto perché altrimenti, da un punto di vista legale, credo che Claudia potrebbe avanzare rivendicazioni su di me.

Alle medie ed alle superiori, così come all’università, ebbi altre relazioni. Di solito si chiedeva alla ragazza di uscire e dopo un po’ che ci si frequentava si affrontava il discorso relativo alla qualità della relazione che ci univa. A volte si decideva per una relazione, altre volte no ed amici come prima. Tutto questo, però, veniva regolato tramite accordi verbali, accordi vincolanti per carità, rafforzati da comportamenti ben precisi e da segnali ben codificati rivolti tanto a noi quanto a persone esterne e potenziali altri partner.

Quello su cui vorrei puntare l’attenzione è che nelle relazioni sentimentali vi è sempre un momento in cui ci si domanda “ma io e te, stiamo insieme?”. Nel caso della parentela invece, qui mi limito al nostro contesto europeo, una domanda come “ma io e te siamo parenti?” non avrebbe senso (con buona pace della serie Beautiful). Grossomodo sappiamo con chi siamo imparentati e, soprattutto, non lo abbiamo scelto noi. Certo, poi c’è il matrimonio a scombussolare il nostro sistema e a farci acquisire nuovi parenti, ma credo che questo non aggiunga molto alla discussione, anche se lasciatemi sottolineare come il matrimonio si basi su di un sistema che di colpo ci fa tornare all’età di sei anni, al contratto.

Concentriamoci ora su Facebook. FB è fondato su di un sistema molto particolare: la richiesta di amicizia, amicizia che può essere accettata o rifiutata. È questa una pratica davvero singolare, perché se ha un senso chiedere ad una persona se questa ti consideri il proprio partner (abbiamo visto come sia necessario questo passaggio) ed invece non ha senso chiedere a qualcuno se è tuo parente (Ridge scopatutto permettendo) l’amicizia è l’unico dei rapporti sociali che c’è o non c’è e fare domande come “ma io e te siamo amici?” oppure “ma io e te stiamo diventando amici” (sempre Beautiful permettendo) suona piuttosto ridicolo. Certo, a volte può capitare di dire a terzi che si è amici di qualcuno, magari per rimarcare che tale persona è qualcosa di più che un collega o, più frequente, può capitare di litigare con il proprio amico e discutere con lui di cosa significhi per voi l’amicizia. In questo caso saranno plausibili affermazioni come “non mi aspettavo questo da un amico” oppure “ti consideravo un amico ed invece” fino ad arrivare a frasi che sanciscono di fatto, almeno momentaneamente, la fine dell’amicizia (non faccio esempi che altrimenti mi intristisco). Quello che noterete è che sull’amicizia si può discutere, la si può interrompere, ma sta di fatto che essa c’è o non c’è e nessun accordo verbale, né tantomeno scritto, ne sancisce l’inizio.

Veniamo adesso alla morale. Molti adesso staranno partendo in quarta inveendo contro FB, sostenendo, forti della dimostrazione che ho fatto, che FB snatura la realtà dell’amicizia, riducendola ad una ridicola transazione, non distante da logiche prettamente commerciali (l’amicizia su FB è un’offerta da accettare o rifiutare). Non voglio e non posso negare questo. È evidente che il modello di riferimento è quello commerciale. Quello che però vi invito a fare è fermarvi a ragionare sul vostro rapporto con FB e tra FB ed il mondo. Fatevi questa domanda: FB vi rappresenta? Ha il compito di rappresentare le nostre vite? Credete sia possibile realizzare questo? Non sarà mai che state concedendogli troppo spazio proprio nel momento in cui cercate un modo corretto di utilizzarlo? Pensateci un attimo e poi discutiamone insieme.

Zurigo - Street Parade

Zurigo – Street Parade

Personaggi da Roma-Lido con i quali non vorresti avere nulla a che fare.

I luoghi pubblici sono ideali per fare osservazione sociale e il trenino Roma-Lido è un luogo pubblico. Quello delle 08:00 è poi un luogo molto pubblico, particolarmente pubblico, quindi ideale per fare osservazione. Ecco alcuni personaggi che potreste incontrare. Vi riconoscete in qualcuno di loro?

L’emo che scende a Tor di Valle. L’emo che scende a Tor di Valle entra a Lido Centro con un’espressione sul viso e esce a Tor di Valle con la stessa espressione. Ha le cuffie nelle orecchie, una cartellina in mano e la matita nera intorno agli occhi. Nelle situazioni di stress da affollamento, quando state per scoppiare e urlare come un porco sgozzato fissare il vuoto negli occhi dell’emo che scende a Tor di Valle per qualche minuto può giovare al vostro equilibrio psico-fisico maggiormente che visualizzare mentalmente mandala di sabbia tibetani.

Il dritto. Vi sono livelli di saturazione che spingono anche i viaggiatori più combattivi a rinunciare a salire sul treno e attendere quello successivo. Il dritto apparentemente è uno di questi e tra questi cerca di confondersi. Se ne sta in banchina e guarda le persona accalcarsi nel vagone come i pinguini maschi in cova fino a quando il segnale acustico non segnala la chiusura delle porte. A questo punto il dritto si lancia all’interno del vagone puntando tutto sull’impatto di una buona rincorsa. Spesso riesce ad entrare sfruttando l’effetto bowling e attirandosi l’odio di tutti. Odio immotivato, dopotutto, perché il dritto non è consapevole di quello che fa. Esso risponde allo stimolo acustico un po’ come ai cani di Pavlov si attivava la salivazione al suono del campanello. Tolleratelo, non sa quello che fa!

Il Kamikaze. Il kamikaze è un personaggio raro, ma potenzialmente problematico. Diversamente dall’indottrinamento che spinge attivisti politici o terroristi a gesti estremi al kamikaze da Roma-Lido basta la perdita di un paio di treni per scoppiare. In preda alla furia, convinto che ci sia qualcosa di personale tra lui e l’ATAC, il kamikaze impedirà la chiusura delle porte con il proprio corpo o con qualsiasi strumento a disposizione. A questo punto, girato nella direzione del primo vagone inizierà a inveire con insulti e bestemmie. Non cercate di rabbonirlo, per il kamikaze voi non esistete più, non vi vede, non vi sente, almeno che voi non siate lo strumento che ha scelto per ostruire la chiusura. L’unica strategia attuabile è quella di sollecitare l’intervento della vigilanza. Attacchi fisici sono possibili, specie se di gruppo, ma sappiate che avete a che fare con una persona che non ha nulla da perdere.

La signora subdola. La signora subdola è all’apparenza la persona più cara e affabile della terra ma in realtà altro non è che un killer spietato che mira ad ottenere un posto a sedere. Le sue vittime sono le coppie di Stella Polare o i gruppetti di amici potenzialmente scout. Quando li individua trova il modo per inserirsi nei loro discorsi e in pochi minuti si attira le loro simpatie. Dopo averli lasciati parlare un po’ inizierà a parlare di lei. Partirà da un episodio irrilevante come una spesa fatta il giorno precedente, l’ascensore guasto o l’umidità del clima che poi,in maniera dimessa, collegherà al suo gomito, alla sciatica, ai suoi acciacchi, a quanto è dura la vita. A questo punto tacerà e si gusterà quel bel silenzio di imbarazzo che precede la decisione della vittima di cedere il posto. Accetterà subito, ringraziando, benedicendo, dicendo quanto sei caro e dopo due minuti la vedrai china sull’uncinetto che già per lei non esisti più. Fate attenzione dunque, non datele confidenza per nessun motivo.

L’impassibile. Annunciano ritardo, l’aria condizionata è rotta, all’interno del vagone state più stretti delle palle di Giuliano Ferrara… l’impassibile è colui che accoglierà ogni disagio con totale distacco, come se fosse la sua anima a dover andare a Roma e avesse lasciato il corpo all’Appagliatore. Potete spingerlo, pestargli un piede, insultarlo o sputargli in un occhio state sicuri che l’impassibile non reagirà in nessun modo. Potrebbe anche piombargli addosso un dritto da 120 kili: accoglierà l’evento come se fosse una delle cose normali cui aspettarsi quando si esce di casa.

Quello troppo solo. Quello troppo solo solitamente vive con i genitori e fa colazione con gli antidepressivi. Non ha alcun motivo per prendere il treno e recarsi a Roma la mattina, ma lo fa perché ha un grande bisogno di contatto umano. Nelle situazioni di più impensabile affollamento, quando è veramente troppa la carne schiacciata e anche all’impassibile cominciano a girare le palle quello troppo solo lo riconoscete dall’espressione di beatitudine che gli campeggia sul volto. Non si farà aizzare dal grillino, non inveirà col kamikaze, non vi risponderà se non con un sorriso alla vostre scuse di circostanza per il fatto che le vostre labbra gli solleticano l’orecchio o gli tenete una mano sul pacco. Non perché non voglia, ma perché non ci riesce, ma state sicuri che la vostra parola di circostanza se la ricorderà con affetto fino al momento di andare a dormire.

L’infiltrato. Ultimamente il movimento 5 stelle ha pensato bene di inserire infiltrati all’interno delle tratte più congestionate allo scopo di fare propaganda politica. Solo nella Roma-Lido ne sono operativi ventisette ed altri ne verranno inseriti dopo il master in vaffanculo frequentato via web. Il grillino attenderà i primi malumori per fomentare la rivolta, poi tenterà di veicolare il discorso da mobilità a governo, tasse, politica in generale. Fate attenzione!

L’intellettuale ad ogni costo. L’intellettuale ad ogni costo è quello che ha sempre un libro davanti agli occhi, anche se in pratica sta facendo petting con un contabile da Acilia e un romeno se lo lavora da dietro da Bernocchi. L’intellettuale ad ogni costo vero non si accontenta della lettura estrema, lui deve leggere Deleuze, Foucault o Nietzsche (possibilmente in tedesco), cose che insomma qualsiasi mortale potrebbe affrontare solo in condizioni di assoluta tranquillità. Resterà imperscrutabile, nulla romperà la sua concentrazione dunque se volete rubargli qualcosa fate pure!

Quello che sa sempre cosa accade. Il treno rallenta, si blocca una porta, si accende una luce, c’è puzza? Quello che sa sempre cosa accade sa perché il treno rallenta in quel punto, sa cosa dovresti fare per sbloccare la porta, sa perché si è accesa proprio quella cazzo di luce e nell’ultimo caso, quello della puzza, è capace di indicare con un tasso di affidabilità che si aggira intorno al 97.9% chi è stato a scorreggiare. Solitamente, come detto, ve n’è uno per vagone e credo ci siano delle normative specifiche atte a scoraggiarne la presenza di più di uno a vagone. È il nemico giurato dell’intellettuale ad ogni costo, la vittima prediletta della signora subdola  e il compagno ideale di quello troppo solo.

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Piccola e media editoria: la fiera che non c’è più.

Sono stato ieri alla fiera della piccola e media editoria che erano anni che non andavo, non ricordo nemmeno quanti. Una volta non c’era edizione che perdessi, non tanto per merito mio, quanto per colpa di mio nonno che mi ci trascinava.

Mio nonno abitava fuori Roma, in campagna, e in città ci veniva una volta l’anno, per raggiungere la fiera. Si manifestava un giorno a casa nostra, così, senza preavviso, che fuori era ancora notte fonda. Accettava un caffè dalla figlia, rifiutava l’invito a sedersi, poi, dopo aver ringraziato per il caffè, annunciava che quel giorno avrei saltato la scuola e sarei andato con lui. Mia madre non osava contraddirlo. Controllava solo che fossi ben coperto, mi dava un bacio sulla guancia poi prendeva alcune monete dal cassetto e le faceva scivolare nella tasca del mio bomber.

Ricordo il freddo, il passo di mio nonno che non riuscivo a sostenere, poi l’alba, annunciata da mio nonno non senza tradire una punta d’impazienza, mentre scrutava con sospetto le altre persone in cammino lungo la strada e le loro facce sonnolenti tanto in disaccordo coi colori accesi di cravatte e fazzoletti che indossavano. Anche lui aveva l’abito della domenica, con tanto di cravatta e fazzoletto celeste che spuntava dal taschino. Camminava ripetendo il programma della fiera e si assicurava che lo mandassi a memoria e ogni volta che sbagliavo me lo faceva ripetere da capo. Volevo morire.

L’arrivo era poi per me sempre uno shock ulteriore, non tanto per le persone (a quell’ora vi era sempre poca gente) quanto per i librai che, letteralmente invasati, animavano gli stand urlando e dimenandosi alle ricerca di intercettare le attenzioni dei passanti. Solo la presenza di mio nonno riusciva a vincere le mia volontà, che era quella di fuggire il prima possibile da quel posto. Mi stringevo a lui e osservavo i librai, i loro cappelli di paglia, i loro completi bianchi con le bretelle in vista, quei loro tipici bastoni che utilizzavano per indicare i vari libri che pendevano dai ganci ma anche, e non di rado, per assestare colpi sulle mani dei librai degli stand vicini, colpevoli magari di essersi sporti oltre lo spazio che gli spettava o di aver toccato il libro sbagliato. Anche io dovevo stare attento perché i bambini erano rari ed era inoltre consuetudine alla fiera affibbiargli calci sugli stinchi, sputargli addosso o depositargli una gomma da masticare tra i capelli, tutte usanze che in fiera si volevano latrici di buona fortuna.

Mi ricordo che alcuni librai particolarmente estrosi erano al tempo delle vere e proprie celebrità. Questo aveva creato forti dissapori tra le case editrici che se ne contendevano i servigi. Già in quegli anni, proprio per porre un freno all’escalation di violenza che aveva caratterizzato le prime fiere, i librai venivano estratti a sorte cosa che aveva di certo calmato le acque, anche se agli occhi esperti di mio nonno non sfuggivano certi dettagli, certi atteggiamenti, certe frecciate che si lanciavano i librai tra stand e stand, segno che gli attriti, che una volta sfociavano subito in violenza, erano ancora presenti e stavano trovando altre vie per esprimersi.

Era un vero spettacolo, comunque, poter assistere alle performance di alcuni librai. Camminavano in lungo e largo per gli stand fischiando verso i passanti e passandosi i pollici sotto le bretelle. Quando qualcuno si avvicinava gli passavano un libro sotto al naso con malizia, in modo da fargli assaporare l’odore della carta. Poi lo ritraevano di colpo, lo lanciavano in aria per poi riprenderlo, vi sbattevano le nocche sul dorso tessendone la solidità, oppure invitavano il malcapitato a valutare la perfezione della rilegatura, la piacevolezza tattile della carta utilizzata, l’eleganza della veste grafica. A volte lasciavano persino intravedere per qualche attimo quello che c’era sotto la sovraccoperta e non di rado le donne, stizzite, finivano per trascinare via i propri mariti di peso tra urla e risate degli altri avventori. Anche mio nonno riconosceva il talento di alcuni librai, seppure disprezzava quelli che se ne facevano abbindolare e che passavano le ore a contrattare sul prezzo. Lui i librai li conosceva tutti e tutti li chiamava per nome. Con alcuni scherzava, discuteva, ma solo con pochissimi, quelli più anziani, parlava di libri. Le sue rare discussioni erano, ahimè, molto lunghe ed io in quei casi, a mio rischio e pericolo, mi allontanavo qualche minuto per comprare frattaglie, lumache, o cosce di rana, che erano i classici cibi allora in voga alla fiera. Vendevano anche gli Happy Meal nella loro apposita confezione, ma a me faceva troppo senso vedere cibo uscire da una casetta di cartone con le finestrelle e tutto. Mi ricordo di un anno che mio nonno volle farmelo mangiare a tutti i costi e finii per vomitarne il contenuto sullo stand “Albatros il Filo”. Mi ricordo che mio nonno dovette scusarsi ma questi pretesero comunque dei soldi. Da quell’anno per me solo frattaglie.

Insomma quello di ieri è stato un tuffo nel passato per me, un tuffo nei ricordi di una fiera che non esiste più. Tutto è cambiato. A partire dalla navetta, dalla fila in piazza, dal programma stampato che uno può mettersi nella borsa senza dover mandare a memoria! La fiera si è trasformata in una manifestazione per famiglie. Era tutto un passeggino, un ruttino, un bavaglino, un rigurgitino. Quasi ho invidiato questi fanciulli a cui venivano distribuiti pennarelli e fogli bianchi, mentre ai miei tempi al solo vederci si sprecavano calci ed espettorati. Mio nonno sarebbe scappato a gambe levate a tale spettacolo. A me invece la cosa non è dispiaciuta. Certo, i librai di oggi sono timidi, restii al dialogo, hanno tutti le stesse montature di occhiali e hanno il pallino dell’incipit giusto, dell’incipit che funzioni.  Ma se ti avvicini con gentilezza, gli parli con calma e gli assesti un ceffone a tradimento poi può accadere che si destino e dimentichino gli incipit. Alcuni, adeguatamente insultati, hanno anche espresso delle opinioni interessanti, anche se quelli che hanno simpatie per le scuole di scrittura di solito non danno segni di vita. In quei casi i ceffoni non funzionano, la violenza, seppur consiglio di esercitarla, resta fine a sé stessa. Per questi casi io ho un asso nella manica, un trucco che un vecchio libraio amico di mio nonno mi ha insegnato ad effettuare in cambio di un cartoccio di frattaglie e del permesso di sputarmi sulla capoccia. Bisogna prendere un libro…che ne so di Gadda, di Faulkner o di Vargas Llosa e glielo si deve passare sotto al naso. Poi bisogna sbattere con violenza le nocche sul dorso, fare frusciare le pagine, decantare la qualità dell’immagine di copertina. Poi quando lo hai abbindolato lasciare intravedere cosa si nasconde sotto la sovraccoperta, ma bisogna stare attenti a farlo con giudizio, con estrema discrezione, potrebbe non reggere e svenirti tra le braccia.

Happy_Meal

Visto che qui a Roma siamo in clima di Fiera dell’editoria ripropongo questo post dedicato a tutti coloro che, come me, non ne possono più delle pressioni delle case editrici e dei mezzzucci scorretti che adoperano senza pudore per far sì che pubblichiate con loro.

Tibten

Gentili editori,

a fronte delle numerose proposte che mi vengono quotidianamente sottoposte sono stato costretto a compilare alcune indicazioni che siete pregati di leggere attentamente prima di inoltrare al sottoscritto qualsiasi tipo di proposta di pubblicazione.

Indicazioni generali.

Prima di contattarmi siete pregati di valutare attentamente che la vostra linea editoriale sia affine a quello che scrivo. Non avendovi io mai inviato un tubo significa che dovrete andare a naso. Il mio account facebook è privato e Twitter lo uso pochino, ma dando un’occhiata alla mia foto di profilo e, soprattutto, a quella dei miei amici potreste farvi già un’idea, specie se non è estate, Natale, periodo di mondiali di calcio o di linciaggio di femmina in qualche paese islamico.

Tendenzialmente non scrivo poesia, non scrivo gialli, saggi, romanzi rosa, libri per bambini, libri per anziani, libri per adolescenti, libri per Bruno Vespa, manuali per trovare la serenità, per perderla…

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